In Borgogna, i vini più famosi al mondo sono solo un tassello del racconto. Dietro ogni bottiglia si cela un universo plasmato da rituali e memorie, e da chi si dedica a custodirli o trasformarli. Attraverso lo sguardo di una nuova generazione in cerca del proprio ruolo, la Borgogna schiude le porte di un mondo che di rado si lascia osservare dall'interno, e ricorre poi all'immaginazione per spingersi ancora più a fondo. Un'aspirante sommelière, che si forma al fianco di un grande maestro, incontra un giovane che lavora nelle vigne e desidera entrare in un mondo che finora ha potuto soltanto ammirare da lontano. Intorno a loro, un aristocratico produttore di vino che si interroga su ciò che lascerà dietro di sé, un leggendario maître d'hôtel in cerca del proprio erede e un critico enologico votato alla ricerca del sublime. Dedizione, desiderio e tradizione si intrecciano in un ritratto in cui osservazione e invenzione diventano inseparabili.
«Abbiamo iniziato a lavorare a Burgundy come facciamo per tutti i nostri film: cercando persone ancora visceralmente legate alla propria terra, luoghi in cui il passato non è storia, ma si fa rituale della vita quotidiana. Poi ci siamo fermati a lungo. Abbastanza da comprendere che in Borgogna il piacere non è un passatempo, ma una disciplina praticata ogni giorno con la solennità che altri riservano alla religione. Restando così a lungo si smette di essere semplici osservatori. Abbiamo iniziato a reinventare in forma di racconto le vite che stavamo seguendo, finché il film è diventato ciò che è: il ritratto di una comunità magica, colto con lo sguardo dell'ebbrezza. Vorremmo che lo spettatore si abbandonasse al piacere, che assaporasse ciò che questa terra offre, fino a perdere la cognizione del tempo. E poi, intorno al terzo bicchiere, si accorgesse che una vita fondata sul piacere non è una vita semplice: queste persone sono complesse e irrisolte quanto noi, soltanto sospese su qualcosa di squisito.»