Budapest, 1957. Dopo la rivolta contro il regime comunista, il mondo di Andor, un ragazzino ebreo cresciuto dalla madre con narrazioni idealizzate sul padre defunto, viene sconvolto quando si presenta un uomo brutale che afferma di essere il suo vero padre.
Orphan narra di un bambino che fa i conti con la propria vicenda familiare e con sé stesso, entrambi specchi dei tumulti del XX secolo nel cuore dell'Europa. Queste vicende hanno plasmato il nostro presente e continuano a perseguitarci, mettendo persino in discussione il futuro della nostra civiltà. Lo sfondo di Orphan nasce dalla storia della mia famiglia, che ha attraversato le devastazioni dell'Olocausto e la tirannia del regime comunista. Ho voluto creare un linguaggio cinematografico che permettesse allo spettatore di rivivere l'esperienza traumatica di un bambino, intrappolato tra la percezione di trovarsi schiacciato da un mondo minaccioso e un triangolo familiare che non riesce a comprendere. In definitiva, il film esplora un problema di oscurità interiore: Andor, il giovane eroe di Orphan, accetterà la propria natura?