Trama
Nel cuore del selvaggio West vive Dusty (Josh O'Connor), ultimo discendente di una lunga stirpe di cowboy e padre dal carattere schivo. Dopo aver perso tutto in un incendio che ha raso al suolo il ranch di famiglia, si ritrova a vivere in un campo della protezione civile. Trasferitosi in questa comunità di roulotte insieme ad altri sopravvissuti alla stessa tragedia, Dusty inizia lentamente a raccogliere i pezzi di sé: riallaccia i rapporti con l'ex moglie Ruby (Meghann Fahy) e si riavvicina alla giovane figlia Callie-Rose (Lily LaTorre), trovando lungo il cammino un inaspettato senso di appartenenza tra i nuovi vicini che condividono la sua stessa perdita.
Ambientato nelle vaste pianure del Colorado, il film si svolge nel cuore del selvaggio West e racconta una storia che parla di perdita, solidarietà e della fragile bellezza delle seconde occasioni. Al centro della vicenda Dusty (Josh O'Connor), ultimo discendente di una lunga stirpe di cowboy che, dopo aver perso tutto in un incendio che ha raso al suolo il ranch di famiglia, si ritrova a vivere in un campo della protezione civile.
Padre divorziato e in difficoltà, cerca di capire come andare avanti e prendersi cura della figlia, la piccola Callie Rose (Lily LaTorre). Nel caos e nella precarietà di un campeggio di roulotte abitato da sfollati come lui, Dusty trova un'inaspettata solidarietà in una piccola comunità di sconosciuti che diventano in poco tempo come una vera famiglia.
Nel silenzio e nella precarietà del quotidiano, Dusty inizia così a ricostruire: non solo un tetto, ma anche i legami affettivi con la figlia, la sua ex moglie Ruby (Meghann Fahy) e soprattutto con se stesso.
Info Tecniche
Cast
Cast e Ruoli:
J.O.Dusty
Callie-Rose
M.F.Ruby
Mila
Bess
Banditore
Louis
Art
Gertie
Esmeralda
Darla
Derrick
Robbie
Mr. Cassidy
Ufficiale FEMA
Altro cast:
Casting Director: Ann Goulder.
VFX Supervisor: Kyle Zemborain.
Produzione: Jesse Hope (Produzione), Dan Janvey (Produzione), Paul Mezey (Produzione).
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Recensioni
Note di Regia
Qualche anno fa ero tornato in Colorado dopo la scuola di cinema, anche se "tornato" non è forse la parola giusta. Ero lì, con tutte le mie cose su un pickup, a dividere il tempo tra la casa di mia madre e quella di mio padre, ai due lati della città. Scrivevo sceneggiature che non sarebbero mai state girate e lavoravo nell'edilizia con degli amici. Per mesi non piovve. Gli incendi divampavano in tutto l'Ovest e l'aria d'estate era densa di fumo.
Un giorno mia sorella chiamò dalla vecchia casa di mia nonna. C'era cenere nell'aria, non aveva internet, mi chiese se riuscivo a controllare se ci fossero incendi nelle vicinanze. Controllai dal telefono, non trovai nulla di segnalato, la rassicurai. Riattaccò. Pochi minuti dopo richiamò, respirando a fatica: c'erano fiamme oltre la cresta. Guidò tutta la notte e arrivò a casa di mia madre con l'auto carica delle sue cose. Dopo un lunghissimo abbraccio, mia madre le chiese se era riuscita a salvare le ricette della nonna. È ancora la cosa che le manca di più.
Nei giorni seguenti amici e vicini vennero a trovarci, portando cibo, abbracci e quell'offerta sincera che conosciamo fin troppo bene: fare qualsiasi cosa per aiutare. Quell'anno, nonostante la siccità, le patate e gli spinaci crebbero bene. Io mi stavo innamorando, e riuscivo ad accompagnare mio padre a tutte le sue visite mediche. In qualche modo, pur senza una casa mia, non mi ero mai sentito così certo di dove fosse casa. Stavamo tutti fuggendo da qualcosa - gli incendi a ovest, il Covid a est, un matrimonio finito poco più in là - e così, sotto lo stesso tetto, eravamo più numerosi di quanto non fossimo stati da anni.
Rimandai a lungo il ritorno al terreno di mia nonna. Era stato così verde, così magnifico, alberi alti, felci morbide, crescione lungo un ruscello, e volevo ricordarlo così per sempre. Quando finalmente ci tornai, trovai una sorpresa. Sì, era triste in innumerevoli modi: una distesa annerita, alberi carbonizzati con gli aghi diventati di un oro morto e inquietante, i resti raschiati delle fondamenta. Ma c'era anche del verde. Germogli che spuntavano dalla cenere. Boccioli di fiori viola. Vedere i piccoli, ostinati modi in cui la natura ritorna era così affascinante da lasciare quasi senza spazio alla tristezza.
Il mio albero genealogico è spezzato e contorto come tanti altri. I rami si diramano in direzioni strane, si allungano e ritornano, tracciano percorsi insoliti verso il sole. Eppure continua a crescere, e la famiglia - come tante altre - trova sempre un modo per amare. Ho cominciato a chiedermi se una casa non sia la stessa cosa: né semplice né solida, ma qualcosa che evolve, si frattura e si ripara, sempre in trasformazione. E ho iniziato a sperare che ci possa essere conforto proprio in questa impermanenza, una strana stabilità nella nostra capacità di reinventarci. Da quel paradosso è nata questa storia. Come può un luogo essere così impermanente - bruciato e destinato a bruciare ancora, in continuo mutamento come tutti i luoghi - e allo stesso tempo essere così chiaramente casa? È una domanda che molte persone sono state costrette a porsi dopo alluvioni, uragani, tornado, terremoti. Il fuoco ne rappresenta una versione particolarmente pura: la sua distruzione viene da elementi profondamente artificiali, il cambiamento climatico, un secolo di gestione inadeguata del territorio, ma è anche un elemento inevitabile dell'ecologia del mondo. Questo paradosso si riflette nel modo stesso in cui il fuoco ci colpisce: c'è dolore, orrore e perdita devastante, ma ci sono anche solidarietà, comunità, una cura traboccante per i vicini e per persone che non abbiamo mai incontrato.
Questo film è diventato un tentativo non di risolvere questi paradossi, ma di immaginare un modo per abitarli. Come possiamo comprendere il disastro non come un evento che inizia e finisce, ma come una presenza continua nelle nostre vite - qualcosa che approfondisce, invece di distruggere, il nostro senso di comunità? La casa di mia nonna sorgeva in una foresta che ha bisogno del fuoco per liberare nuovi semi. Abbiamo costruito in luoghi che devono bruciare, in luoghi che devono allagarsi, cercando di creare un'idea di permanenza che non sarebbe mai esistita. Il rapporto tra esseri umani e natura deve oscillare, fluire, avanzare e ritirarsi. Spero che possiamo trovare speranza proprio in questo: una forma di stabilità non nelle cose così come sono, ma nell'inevitabilità del loro cambiamento.
Ho avuto paura del cambiamento climatico da sempre, da quando ero bambino, da quando a scuola mi dicevano di chiudere il rubinetto mentre mi lavavo i denti. Non mi ha mai permesso davvero di immaginare un futuro. Nel racconto pubblico e nell'arte, il cambiamento climatico viene presentato come una scelta binaria: o lo fermiamo o falliamo. Ma è già qui, adesso. E abbiamo bisogno di un'arte che lo riconosca e che dica: ok, questa è la realtà, che cosa facciamo? Forse la prima cosa è immaginare un futuro bello e desiderabile, perché altrimenti per cosa dovremmo lottare? Per muoverci verso un mondo migliore dobbiamo prima credere che sia possibile.
Al centro di questa storia c'è Dusty, un uomo che scopre che ricostruire non è solo una questione materiale, ma un atto di re-immaginazione che deve nascere dall'interno. Deve imparare che, mentre i luoghi cambiano, possiamo cambiare anche noi; che può essere più di un allevatore - può essere un padre, un vicino - e che questo basta. A volte serve la perdita per capire cosa abbiamo. Questo non è un film sul disastro. È su ciò che accade dopo. E ciò che accade dopo, ancora e ancora, è amore, cura, comunità e il desiderio di fare meglio.
dal pressbook del film
Eventi
• Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival.
• Presentato al Karlovy Vary International Film Festival.
• Presentato in anteprima italiana ad Alice nella città 2025, nella Selezione Ufficiale, venerdì 24 ottobre 2025 presso l'Auditorium Conciliazione (via della Conciliazione, 4) alla presenza del regista.
Immagini e Foto