Amerikatsi, recensione del film armeno di e con Michael A. Goorjian
Amerikatsi segue le vicissitudini di Charlie Bakhchinyan (il protagonista, regista e sceneggiatore del film Michael A. Goorjian) che, quando era un bambino di appena quattro anni, è riuscito miracolosamente a scampare al genocidio armeno, nel quale però ha perso la sua famiglia, e ha trovato rifugio negli Stati Uniti, diventando così cittadino americano; nel 1948, in seguito al termine della Seconda guerra mondiale, un Charlie ormai adulto è uno delle centinaia di armeno-americani che decide di prendere parte al programma di rimpatrio promosso da Joseph Stalin, e torna così nel suo Paese natale deciso a riavvicinarsi alla propria identità culturale. All'inizio tutto sembra andare a gonfie vele per Charlie, che stringe amicizia con la moglie di un ufficiale sovietico e si vede garantire un buon posto di lavoro e una casa confortevole; in realtà le sue speranze si infrangono rapidamente quando viene prelevato e arrestato, con l'accusa di non essersi conformato, anzi di aver apertamente sfidato, il regime comunista: l'uomo si ritrova così in un'angusta cella di prigione, con la prospettiva di dovervi trascorrere molti anni. Charlie però riesce a non precipitare nello sconforto quando scopre che dalla sua finestrella riesce a osservare ciò che succede all'interno dell'abitazione di un uomo, che scoprirà poi essere Tigran (Hovik Keuchkerian, attore spagnolo di origini armene già visto in La casa di carta, The night manager in tv e Assassin's creed al cinema), una delle guardie carcerarie. Come da bambino si era ritrovato a spiare attraverso la chiusura di un baule mentre attorno a lui si compiva il destino della sua famiglia - e di un popolo – così adesso Charlie può ancora una volta limitarsi a osservare, spettatore non visto, quanto accade intorno a lui. La casa di fronte diventa una finestra sul mondo per il protagonista, che vive indirettamente attraverso Tigran e sua moglie immergendosi nei loro piccoli rituali di vita quotidiana; Charlie troverà poi anche un modo di comunicare con l'esterno, iniziando così un gioco di scambio che gli permette di portare gioia e colore anche all'interno del carcere, con un'energia contagiosa ma dove il rischio è sempre in agguato.
Amerikatsi (che significa per l'appunto "l'americano") è sicuramente un progetto molto personale per Goorjian (che come attore ha preso parte principalmente a moltissime serie tv, tra cui Cinque in famiglia, Alias, Dr. House e Covert Affairs), che dedica a suo nonno, lui stesso sopravvissuto al genocidio armeno, questo film che è stato scelto dall'Armenia come proprio candidato per il miglior film internazionale agli scorsi premi Oscar, e che può vantare tra i suoi produttori esecutivi anche Serj Tankian, il frontman dei System of a Down, anch'egli di origini armene e da sempre convinto attivista impegnato nel riconoscimento del genocidio.
Nell'affrontare una parte della Storia spesso poco ricordata e ancora oggi dolorosamente controversa, l'autore del film sceglie comunque un approccio insolito e una prospettiva differente, realizzando così un'opera in cui il dolore si mescola al sorriso, e in cui anche la brutalità della prigione e dell'isolamento assume un qualcosa di fiabesco e a tratti poetico; la trama inoltre ci mostra che di fatto i prigionieri non si trovano solo all'interno del carcere, perché anche chi è fuori è costretto a dover reprimere e rinunciare ad alcuni aspetti di sé e della propria vita. Il film vuole comunque essere anche un omaggio al patrimonio socio-culturale e artistico armeno, nel soffermarsi su aspetti come arte, musica, pittura, cene, feste, balli e brindisi che vogliono comunicare un entusiasmo per la vita, nonostante tutto, sempre accompagnato da musiche belle e funzionali.
Potrebbe rimanere in parte deluso chi si aspettasse un maggiore approfondimento del contesto storico-politico dell'epoca e del regime sovietico comunista, in una storia che forse in certi punti fatica un pochino ad armonizzare ciò che succede nella dimensione quasi sospesa del carcere con la realtà che fa irruzione dall'esterno; poiché la prospettiva rimane sempre essenzialmente quella di Charlie, il resto si mantiene perlopiù ai margini, in quella che doveva essere la ricerca della propria identità e del proprio posto all'interno di quell'ambiente. Il protagonista si affida a un'interpretazione che, similmente ad alcuni attori del cinema muto, punta molto sul viso e sul corpo, sempre più emaciato e stanco, ma capace sia di sensibilità e introspezione sia di energia comica.
Amerikatsi è dunque un film che vuole far sorridere ma anche commuovere, ritratto non solo di un uomo ma anche di un popolo che non rinuncia alla speranza: guardando al passato ma con uno sguardo rivolto anche al futuro la parabola del suo autore e protagonista propone un messaggio di tolleranza, unificazione, solidarietà e generosità che possano trascendere le reciproche differenze e costituire un arricchimento per chi vi prende parte.