Buonanotte a Teheran - Critical Zone, la recensione del film

Il regista di Buonanotte a Teheran - Critical zone, Ali Ahmadzadeh, vuole dare voce ai giovani iraniani che sognano ancora un paese libero, che sperano di poter tornare a camminare per le strade senza avere più il timore di essere arrestati o uccisi per aver messo male l'Hijab.
Buonanotte a Teheran - Critical Zone, scena da trailer

Il cinema è un'arte che può essere tante cose insieme. A volte è semplicemente una forma d'espressione, un racconto individuale di un'urgenza narrativa. Altre volte rappresenta quella strada immaginifica che ci porta lontano dai nostri problemi, che ci fa evadere e ci fa divertire, senza scopo e senza altra ambizione a quella di intrattenerci. Ma ci sono delle volte in cui il cinema diventa una necessità, uno sforzo, qualcosa che viene realizzato perché così deve essere e che, per vedere la luce, affronta non poche problematiche. È il caso del film Buonanotte a Teheran - Critical Zone, vincitore del Pardo D'Oro al Festival di Locarno nel 2023 e che ora è disponibile (a partire dal 12 giugno) su IWONDERFULL Prime Video Channels.

Il regista Ali Ahmadzadeh, giunto al suo terzo lungometraggio, pone lo sguardo della sua macchina da presa su un giovane iraniano, Amir (Amir Pousti), che taglia il volto della sua città spacciando droga fatta in casa, e attraversando i confini di una realtà fatta soprattutto di criminalità. La Teheran che il giovane attraversa, con il suo cane a fargli da guardia e a ricordargli cosa sia l'amore incondizionato, è una terra crudele, dove ogni angolo può nascondere un'insidia, una minaccia o una nuova delusione. Ed è per questo, forse, che Amir consuma la stessa sostanza che produce, per rendere meno pressante la consapevolezza di essere in un paese sotto regime, che plasma la verità e la realtà per farne una maschera che però non riesce a celare l'orrore e la violenza. Ma mentre vende droga, Amir si imbatte anche in anime distrutte, in uomini che crollano a piangere all'interno del suo veicolo, in donne che hanno paura persino di esistere. E attraverso questi suoi viaggi notturni e spesso silenziosi Amir troverà una cosa che non aveva previsto: la resistenza. E, si sa, resistenza fa rima con speranza.

Buonanotte a Teheran - Critical zone si può considerare un film politico proprio per la sua determinazione a mostrare un regime che molto spesso viene smussato o trattato come se fosse solo il frutto di una tradizione inattaccabile. Il regista, invece, vuole dare voce ai giovani iraniani che sognano ancora un paese libero, che sperano di poter tornare a camminare per le strade senza avere più il timore di essere arrestati o uccisi per aver messo male l'Hijab. È un film contro l'oppressione, ma è anche la testimonianza cruda delle vite di molti che sono invisibili, che soffrono senza poter fare niente. Il racconto di una città che è perennemente avvolta nell'oscurità o in toni freddi, che il regista stesso ha dichiarato di voler rendere come se fosse un ospedale psichiatrico. E la sensazione che si ha, guardando il film, è quella di una dolorosa discesa negli inferi. Amir continua a viaggiare, a fare incontri e a volte sembra affacciarsi su qualcosa che potrebbe accendere la miccia della speranza. Ma il suo è un continuo peregrinare, un continuo cercare, come un moderno Sisifo che ogni volta deve riniziare da capo nel trasportare la pietra dell'ingiustizia in cima alla montagna. Proprio per questo, Buonanotte a Teheran - Critical zone è un film volutamente lento, dilatato, realizzato con videocamere nascoste e/o improvvisate, dove la vita non scorre attraverso il montaggio roboante del cinema, ma nelle lente scadenze di una quotidianità che lascia rabbia e frustrazione. Gli stessi sentimenti che avvolgono anche lo spettatore. Un pugno nello stomaco, ma questo è un dolore che forse, al giorno d'oggi, è davvero necessario.