È Il rumore delle cose nuove il lungometraggio scelto come film d'apertura alla 21a edizione della Festa del Cinema di Roma che ha aperto i battenti il 13 ottobre, nell'ormai tradizionale cornice dell'Auditorium Parco della Musica di Roma dedicato alla memoria di Ennio Morricone. Diretto da Paolo Genovese - che è anche l'autore del romanzo a cui la pellicola si ispira - Il rumore delle cose nuove si presenta come un film corale, un intreccio di più storie e più relazioni che, in un tentativo forse di somigliare a 21 grammi o 7 anime, si intrecciano per i capricci di un destino non sempre favorevole.
Andrea (Stefano Accorsi) è un fotografo e un uomo ossessionato dall'idea di diventare padre, soprattutto da quando sua moglie (Vittoria Puccini) ha avuto un aborto e il suo corpo sembra rigettare la gravidanza. Viola (Claudia Pandolfi) è una donna che sogna di diventare attrice, mentre suo marito Ralph (Lino Musella) lavora come rumorista nel cinema. La vita dei due è legata anche dalla presenza del figlio, che è vittima di bullismo per mano di due bulli. La babysitter dei due prepotenti è Alba (Emanuela Fanelli) che, per arrivare a fine mese e avere dei soldi propri per non dover dipendere dal marito violento (Edoardo Pesce), accetta di fare le pulizie a casa di Elio (Claudio Santamaria), costretto su una sedia a rotelle e prigioniero volontario in casa propria. Le storie di tutti questi personaggi si legheranno in maniera indissolubile, a volte affondando le dita in un passato di cui non tutti sono consapevoli e a volte solo a causa di coincidenze fortuite che si vestono di tragedia.
C'è un motivo preciso se lo "spettatore medio" - chiamiamolo così per dovere di sintesi - ha spesso la sensazione che il cinema italiano faccia sempre le stesse storie. Si tratta di un pregiudizio che da una parte può essere facilmente smascherato se si pensa ai tanti registi e lungometraggi che sperimentano e si gettano nel vuoto per provare a raccontare storie fuori dai soliti canoni. Ma è anche vero che molto spesso la nostra cinematografia rimane costretta nei toni di un melodramma che vuole raccontare le difficoltà della classe media, salvo poi perdersi in dialoghi poco credibili e spigolosi, in un atteggiamento medio-borghese di guardarsi addosso. E questa è la sensazione principale che si prova guardando Il rumore delle cose nuove. Nonostante la bravura degli interpreti - il trio Fanelli-Pesce-Santamaria è il vero salvagente di questa operazione - e tematiche molto interessanti, come la percezione della maternità e l'insistenza dei segreti nella nostra quotidianità (che comunque era stato già reso alla perfezione in Perfetti Sconosciuti - il film è un'operazione non riuscita.
Il dramma si trasforma presto in un melodramma il cui tono volutamente emotivo e ridondante viene sottolineato dalle continue sfumature a nero degli episodi. Un film corale ha bisogno di comunicare, di essere coeso in ogni sua parte. Invece guardando il film d'apertura della Festa del Cinema di Roma si ha la sensazione - il più delle volte - di guardare una serie di tessere messe l'una accanto all'altra, che non riescono quasi mai a diventare un tutt'uno, a trasformarsi in quel quadro generale che dovrebbe dare senso al racconto e tendere verso il finale. Tutto rimane abbastanza freddo, a tratti manieristico, col risultato che anche i momenti più ispirati vengono soffocati da una ridondanza di stili e dalla presenza massiccia di una regia che non si mette mai al servizio della storia. Probabilmente dipende dalla vicinanza di Genovese al testo, visto che l'opera nasce prima come romanzo, ma questo non può essere una giustificazione per un film che spinge spesso lo spettatore a guardare l'orologio, nonostante la durata non sfiori nemmeno le due ore. Inoltre c'è anche un certo disequilibrio nelle storie: alcune sono approfondite fino allo spasmo, con dettagli di cui non ci sente una necessità fondante. Altre, invece, vengono abbandonate, messe lì a fare da contorno, ma che invece di offrire tridimensionalità divorano lo spazio d'azione degli attori.