Kneecap, recensione del biopic musicale sull'omonima band irlandese

La vera storia della nascita di un gruppo hip hop che si è affermato con brani in lingua irlandese, per difenderla e tramandarla, interpretata dagli stessi membri della band nel ruolo di se stessi, con stile ironico e sopra le righe.
Kneecap, poster logo da trailer

In parte biopic, in parte film musicale, in parte commedia socio-politica, tutto questo si ritrova in Kneecap, scritto e diretto da Rich Peppiatt: il film infatti ripercorre la storia vera della nascita della band omonima (ufficialmente attiva dal 2017), un trio hip-hop proveniente da Belfast, Irlanda del Nord, che propone brani prevalentemente in lingua irlandese (gaelico), e i cui componenti interpretano se stessi nel film. Tutto inizia quando J. J. Ó Dochartaigh, un insegnante di musica (anche noto come DJ Pròvai), si imbatte in alcuni testi in lingua irlandese composti da due ragazzi, Liam Óg Ó hAnnaidh (in arte Mo Chara) e Naoise Ó Caireallain (in arte Mòglaì Bap); colpito dai versi, ne scorge il potenziale e decide di metterli in musica. I brani cominciano ad attrarre attenzione a livello locale, ma i ragazzi sono anche presi di mira da un gruppo paramilitare di repubblicani dissidenti.

Kneecap è diventato il primo film in lingua irlandese a essere presentato in anteprima (e premiato) al Sundance Film Festival, nel 2024, ed è stato scelto anche per rappresentare l'Irlanda nella categoria del film internazionale per gli Oscar. La questione dell'identità nazionale irlandese e della lingua è un tema appassionante e sentito, e come mostrato anche dal film c'è un insieme di persone che rivendicano con orgoglio la propria appartenenza culturale e si battono attivamente per tramandare la conoscenza della lingua, per cui usarla per esprimersi diventa anche un atto politico e sociale.
Da sempre, inoltre, il rap è spesso intrinsecamente legato anche a un attivismo, ribellione e alle vicende sociali, politiche, culturali ed economiche di un Paese o di una cultura; come spiegato nel film stesso i giovani protagonisti sono parte della generazione arrivata successivamente ai noti Troubles, i sanguinosi conflitti tra cattolici e protestanti conclusi con i processi di pace e l'accordo siglato a fine anni '90 ma di cui si sentono ancora gli echi che, in alcuni casi, sono intrinsecamente legati alla vita e alla storia dei personaggi: una delle figure chiave, nonostante una presenza scenica limitata, ma messa in evidenza fin dall'inizio, è quella di Arlo, padre di Naoise che ha imparato da lui la lingua irlandese; a interpretarlo è stato chiamato Michael Fassbender, scelta non casuale dato che uno dei primi film che ne lanciò la carriera fu proprio Hunger (2008), con il ruolo dell'attivista Bobby Sands, figura iconica per i nordirlandesi; il suo è il nome che dà al film quello star power utile sicuramente anche per il mercato internazionale, anche se il suo personaggio, che pure apprendiamo aver vissuto una vita molto avventurosamente interessante e che quindi sarebbe stato intrigante esplorare di più, resta marginale con alcuni aspetti che non vengono mai approfonditi.

Il tono e il ritmo scelti dall'autore sono scattanti e ironici, con uso ripetuto della voce narrante e di montaggi frenetici e densi; la regia si sbizzarrisce soprattutto nel reparto visivo, con disegni, animazioni, utilizzo dei colori, specialmente nelle sequenze quasi oniriche che restituiscono l'effetto di un trip allucinatorio, con uno stile saturo, caotico e iperrealistico che riporta alla mente, ad esempio, un cult come Trainspotting.
Nel raccontare la nascita e l'inizio dell'ascesa dei Kneecap, la sceneggiatura non si sofferma su genesi e composizione dei brani: la musica è ovviamente presente, con l'idea anche carina e originale dei testi in sovraimpressione, ma non ci si addentra più di tanto nell'analisi o spiegazione delle liriche.
In questa sorta di docufiction in cui tutto è verosimile ma al tempo stesso sopra le righe, la costruzione narrativa funziona in maniera scorrevole, andando a utilizzare dinamiche facilmente riconoscibili nel genere biografico e non solo, anche nei suoi passaggi e caratteri più slabbrati o stereotipati.
Anche la scelta di far interpretare i protagonisti ai veri componenti della band si rivela felice, non hanno nulla da invidiare ad attori più navigati e danno un senso ulteriore di naturalezza e veridicità alla storia.

Kneecap è dunque è un film allegramente scombinato che certamente si ritaglia un suo posto originale nel genere dei biopic musicali; probabilmente le tematiche al centro della storia rischiano di essere meno comprensibili e dunque non altrettanto sentite al di fuori dei confini nazionali, ma è un progetto realizzato con affetto e partecipazione che infondono il film dello stesso spirito ribelle e anarchico che anima i suoi protagonisti, strizzando anche l'occhio al pubblico, senza perdere di vista anche il suo scopo di intrattenere.