A un anno di distanza da La valle dei sorrisi, presentato fuori concorso alla 82a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il regista e sceneggiatore Paolo Strippoli torna al Lido con il suo quarto lavoro, L'estranea, stavolta inserito nella lista dei lungometraggi che concorrono per il Leone d'Oro. La storia prende il via in una giornata di pioggia: su Roma cade un temporale infinito, che sembra richiamare quello già visto nel film The end we start from, e Anna (Jasmine Trinca) arriva a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per raccontarle una verità a lungo taciuta, che ha portato a numerose tragedie nel corso degli anni. In questo modo, tanto Alice quanto lo spettatore, vengono trasportati indietro nel tempo, quando Anna rievoca i ricordi di un periodo florido per la sua famiglia: la nuova dimora signorile, il successo negli affari del marito Walter (Adriano Giannini) e la possibilità per la piccola Alice di diventare una giovanissima attrice, anche grazie alla sua bellezza. Tratto che però viene distrutto quando la bambina viene attaccata dal cane di famiglia e finisce col rischiare l'amputazione. In mezzo alla disperazione, in una notte che odora di magia e maledizione, Anna viene avvicinata dall'estranea che dà il titolo al film (Valeria Bruni Tedeschi) che le offre un patto: la gamba di Alice in cambio di qualcos'altro di altrettanto prezioso. Messo da parte l'iniziale scetticismo, Anna accetta, senza sapere che quel sì appena sussurrato tra le lacrime sarà il primo scorrere di una catena che la intrappolerà in un girone infernale.
L'Estranea sembra partire come una saga famigliare: al pari di I leoni di Sicilia, la pellicola inizia come se lo scopo principale fosse quello di raccontare l'ascesa e la caduta di una casata, che tuttavia si macchia ben presto di un'oscurità dilagante, che fa pensare a Edgar Allan Poe e al suo La caduta della casa degli Usher. Il film inizia infatti con una spensieratezza che ben si rispecchia anche nei colori accesi di un ferragosto estivo in cui Strippoli tratteggia il ritratto di una famiglia che sembra avere tutto. Eppure, proprio nel momento di spensieratezza, quando si parla di progetti e Capodanni, un urlo spezza la tranquillità e lascia che l'orrore serpeggi all'interno della quotidianità. Ed è questo il meccanismo che il regista mette in scena per tutto il suo lungometraggio. Da una parte c'è davvero la quotidianità: la scuola, i pranzi all'interno di una famiglia disfunzionale, persino i Mondiali di Calcio del 2006. Tutti quegli eventi tutt'altro che straordinari che servono a scandire il ritmo dell'esistenza e che ancora una volta fanno pensare alla volontà di raccontare solo una famiglia. Ma poi arriva tutto il resto: arriva il bip dei macchinari ospedalieri, il sangue riverso, il rumore dei vetri infranti e con questi strumenti di tragedia riappare anche l'Estranea, questa figura che porta in sé qualcosa di biblico e antico e che è interpretata da una Valeria Bruni Tedeschi cinica e distaccata, affascinante nella sua mancanza di scrupoli.
Proprio come avveniva anche con La valle dei sorrisi, a farla da padrone non è tanto quello che si vede sullo schermo, quanto il sentimento oscuro che scorre sotto. Vedendo il film si avverte una sensazione costante di disagio e di attesa, come se il regista avesse voluto portare sullo schermo una forma evanescente di quella morbosità tutta umana che ci fa rallentare davanti a un incidente stradale o che ha portato al successo smodato dei podcast e delle serie tv true crime. Noi sappiamo sempre che qualcosa di orribile sta per accadere, che alla protagonista verrà chiesto ancora e ancora il prezzo per la propria scelta iniziale, una scelta che non era dettato solo dall'amore materno, ma era già macchiato da una sorta di ossessione ed egoismo. E anche se sappiamo che questo sipario strappato è pronto ad aprirsi sulle ferite dei protagonisti, non possiamo fare a meno di rimanere incollati allo schermo, lanciati come siamo verso un finale che davvero affonda - e il termine non è usato a caso - dentro la tradizione biblica, dentro i racconti di una punizione divina che però, qui, è dettata dalle regole di un personaggio spietato, lusinghiero quanto pieno di menzogne. E così della storia di Anna rimane una sensazione di disagio, uno struggimento inatteso che, al di là di qualche difetto soprattutto in fase di chiusura, dimostra come Strippoli sia davvero uno dei registi più interessanti del panorama contemporaneo.