Mio zio Jens, recensione della commedia agrodolce norvegese

Da un regista esordiente curdo-norvegese, arriva una commedia dolceamara su legami familiari e immigrazione, che si concentra sul percorso di conoscenza tra uno zio e un nipote.
Mio Zio Jens di Brwa Vahabpour - Poster

Il film Mio zio Jens inizia con lo squillo di un citofono in piena notte, in un appartamento di Oslo: è così che la vita monotona e tranquilla di Akam (Peiman Azizpour), giovane insegnante di origini curde, viene sconvolta dall'arrivo inatteso di suo zio Khdr (Hamza Agoshi), che non vede da moltissimi anni e per lui è praticamente uno sconosciuto (dato il suo nome quasi impronunciabile, l'uomo si presenta come Jens ai suoi interlocutori norvegesi, ecco il perché del titolo); lo zio chiede ospitalità al nipote, il quale si sente obbligato ad accettare, confidando che si tratti di una sistemazione solo temporanea. Così, mentre inizia una convivenza che mette a dura prova la pazienza di Akam (e dei suoi coinquilini), la permanenza dell'uomo si prolunga e il ragazzo comincia a interrogarsi sulle vere motivazioni e intenzioni dietro al viaggio dello zio.

Il film è scritto e diretto da Brwa Vahabpour, al suo esordio in un lungometraggio, con quella che è probabilmente una storia sentita e personale, essendo lui stesso curdo-norvegese; la sua è una commedia dolceamara che intreccia una vicenda familiare a una più ampia prospettiva sociale e storico-politica, così una storia di relazioni e legami affettivi diventa anche una riflessione sulla questione (sempre attualissima) della migrazione, esplorando i motivi che spingono le persone a lasciare il proprio Paese e la propria famiglia, costrette a cercare una nuova vita all'estero.
La trama pone in primo piano quello che è anche un confronto/scontro generazionale, tra un giovane come Akam, che ha vissuto la sua vita adulta in una nazione che dunque ormai considera come casa sua (sebbene il film ci mostri come, almeno fino a quel momento, abbia condotto un'esistenza in un certo modo precaria, senza mettere vere e proprie radici) e chi invece abbandona un Paese in età adulta, e si fa carico di portare con sé e tenere viva la memoria delle sue origini: ne è un esempio l'aspetto linguistico, con il nipote che si ritrova a fare da interprete per lo zio e a parlare con lui in curdo, di cui non padroneggia tutte le sfumature, che in alcuni casi è lo stesso Khdr a spiegare.
Se la trama quindi si concentra maggiormente sui due protagonisti, lascia in secondo piano i personaggi di contorno che risultano un po' macchiettistiche (come i coinquilini di Akam) o comunque poco approfondite, come la nuova conoscenza Elina (Sarah Francesca Brænne), e soprattutto non esplora il passato familiare di Akam, dal padre sul quale c'è solo qualche breve accenno, alla madre che rimane una presenza quasi esclusivamente fuori campo; manca poi anche una vera e propria panoramica sulla società norvegese, ad esempio, o alla vita e alla crescita di Akam lì fino a quel momento, che avrebbe evidenziato eventuali differenze fra usi e costumi dei vari personaggi, mentre ci si limita a qualche dettaglio superficiale.

Nella prima parte la storia mantiene un tono più leggero, cercando anche agganci con un certo tipo di commedia, mentre è verso il finale che accentua i toni più seri e drammatici, con un tocco di suspense, con alcuni dialoghi che sono probabilmente il punto focale del film e più congeniali e cari all'autore.
Mio zio Jens è dunque un piccolo film dai toni garbati che tratta una questione reale, seria ed estremamente attuale con leggerezza e affetto per i personaggi; cercando una prospettiva parzialmente insolita in cui la vicenda umana si fonde e si scontra con gli aspetti legati a legge e burocrazia, la trama fa passare una riflessione sull'identità etnica, familiare e culturale, fra traumi e sacrifici, sulla riscoperta delle proprie radici, con un messaggio che resta sospeso tra malinconia e speranza.