Venezia 81, recensione del film The Room Next Door di Pedro Almodóvar

The Room Next Door è sì un film che parla di malattia e di morte, ma lascia che siano i personaggi a parlarne, a raccontarsi, in un rimando davvero molto interessante. Il regista Pedro Almodovar lascia ai suoi personaggi la libertà di raccontare e raccontarsi a proprio piacimento, senza dover sottostare ad uno status quo narrativo.
The Room Next Door di Pedro Almodóvar - First Look
[credit: courtesy of Warner Bros. Pictures]

C'era molta attesa per The room next door, l'ultima fatica cinematografica di Pedro Almodovar che è sbarcato al Lido di Venezia con le sue due protagoniste, Julianne Moore e Tilda Swinton. Tra i titoli legittimati a concorrere per la vittoria del Leone d'Oro di questa 81a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, The Room Next Door è un dramma al femminile che affronta in modo elegante e mai pornografico il tema della malattia e, soprattutto, dell'eutanasia. Protagonista della vicenda è Ingrid (Moore), una romanziera di successo che è letteralmente terrorizzata dall'idea della morte, terrore che ha cercato di esorcizzare attraverso il suo ultimo romanzo. L'ultima cosa di cui avrebbe bisogno, dunque, è scoprire che una sua vecchia e cara amica, Martha (Swinton) sta morendo a causa di un cancro alla cervice. Eppure, nonostante la malattia, Ingrid e Martha stringono di nuovo quell'amicizia che il tempo aveva allentato e si trovano di nuovo a condividere storie e ricordi: mentre Ingrid cerca di essere presente per la sua amica, Martha ripercorre la sua stessa storia, i suoi errori come madre e le sue scelte lavorative come inviata di guerra nelle zone più pericolose del mondo. Finché Martha non prenderà una decisione definitiva per la quale avrà bisogno dell'aiuto di Ingrid. 

Tilda Swinton e Julianne Moore in La stanza accanto di Pedro Almodóvar - Immagine dal set
Tilda Swinton e Julianne Moore in La stanza accanto di Pedro Almodóvar - Immagine dal set [credit: Iglesias Más; Copyright El Deseo; courtesy of Warner Bros. Discovery]

Come si diceva nell'apertura di questa recensione, The room next door era senza dubbio uno dei titoli più attesi del Festival di Venezia, anche (e forse soprattutto) perché rappresenta il primo film completamente in inglese di Pedro Almodovar che, a un passo dallo spegnere le settantacinque candeline, decide di lasciarsi alle spalle l'assolata Spagna che ha fatto da sfondo a tutti i suoi lungometraggi e avventurarsi nelle grandi strade americane, da New York alle regioni circostanti, dove tutto è così grande da poter essere in grado di divorare il singolo. Tuttavia, nonostante sia cambiata l'ambientazione, il regista rimane fedele a quella che può essere considerata la sua carriera e la sua poetica: il suo è un cinema di volti e di storie, di donne che si raccontano davanti alla macchina da presa, sempre pronta a raccogliere testimonianze e confessioni, momenti di fragilità e ammissioni di debolezze. The Room Next Door non fa differenza. Ci troviamo di nuovo davanti a un racconto al femminile, in cui gli uomini sono davvero personaggi di sfondo, che non servono ad altro se non a dare concretezza alla narrazione. Il vero motore del racconto sono due donne indipendenti, all'apparenza forti, che si trovano a combattere contro sfide più grandi di loro, contro timori che pensavano di poter controllare: Ingrid con la sua paura della morte e Martha con quello della solitudine. E il racconto di queste due protagoniste, in mano a Pedro Almodovar, si fa elegante e intimo, personale e sentito: il regista è vicino alle sue attrici e alle sue protagoniste, ma non si avvicina mai così tanto da costringere lo spettatore a sentire l'odore della paura e della morte. 

The Room Next Door è sì un film che parla di malattia e di morte, ma lascia che siano i personaggi a parlarne, a raccontarsi, in un rimando davvero molto interessante: così come Martha ha il diritto di scegliere se vivere o morire, se essere una che combatte il tumore o una che "lo frega", allo stesso modo Almodovar lascia ai suoi personaggi la libertà di raccontare e raccontarsi a proprio piacimento, senza dover sottostare ad uno status quo narrativo che molto spesso scivola nel più mero voyeurismo. Questo fa sì che la pellicola, nonostante non sia ricca d'azione (anzi, ne è alquanto sprovvista), riesca a mantenere sempre viva l'attenzione e l'empatia dello spettatore, che partecipa ai discorsi delle due protagoniste e al dolore che esse si portano sulle spalle. Finora, uno dei migliori film visti al Lido.