Venezia 82 - In the hand of Dante, la recensione del film di Julian Schnabel con Oscar Isaac e Jason Momoa
Dopo traversie produttive che sono durate anni e che, nel corso del tempo, hanno visto Johnny Depp entrare e uscire dal progetto, finalmente sul grande schermo arriva In the hand of Dante, pellicola diretta da Julian Schnabel e tratta dal romanzo omonimo (La mano di Dante in italiano) scritto da Nick Tosches. Presentato fuori concorso alla 82a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - dove il regista ha ritirato il Premio Cartier Glory to the Filmaker Award - In the hand of Dante racconta due storie parallele e intrecciate, che si dipanano su due linee temporali ben distaccate. Da una parte siamo nel 2001, dove Nick (Oscar Isaac) - alter ego dell'autore del libro - viene assoldato da un boss malavitoso (John Malkovich) affinché si assicuri che quella in suo possesso è una vera copia della Divina Commedia di Dante Alighieri. A fargli da mastino, tra ricerche e autenticazioni, è un assassino su commissione (Gerard Butler) che lo condurrà fino in Sicilia, alla porta di un altro boss della malavita (Franco Nero), di cui un uomo di fiducia è responsabile del ritrovamento del manoscritto rarissimo e, per questo, estremamente prezioso a livello economico. La gita in Sicilia, però, non va affatto come previsto da Nick e lo scrittore squattrinato - nella miglior tradizione di personaggi legati al mondo della scrittura - si trova ad assistere a diversi omicidi che lo metteranno nel mirino di un uomo senza scrupoli (Jason Momoa). La seconda linea temporale, invece, segue da vicino Dante Alighieri durante il suo viaggio di fede e di scrittura, in quel percorso mistico che lo ha portato poi a comporre quella che, ancora oggi, è considerata una delle opere fondanti della letteratura italiana. A fargli da guida un misterioso "profeta" (Martin Scorsese), che lo indirizzerà su dove concentrare lo sguardo. A fare da collante a queste due linee temporali c'è l'amore di Dante e Nick, loro stessi due volti dello stesso cuore, interpretato da Gal Gadot.
In the hand of Dante è un film fiume, un film a cui ci si dovrebbe avvicinare con la stessa prudenza che muove i passi di Dante stesso quando sulle porte dell'inferno trova il messaggio che invita a lasciare ogni speranza. Julian Schnabel non è di certo noto per i suoi film canonici, né per una filmografia comoda e rassicurante. Al contrario, il suo cinema sa essere visionario e grottesco, folle e spregiudicato. Sentimenti che di certo volevano essere le colonne portanti anche di In the hand of Dante, che sa essere visionario e folle, ma che al contempo si inceppa in più di un'occasione, diventando un'opera posticcia, confusa, piena di incertezze temporali. E anche se non è il dettaglio a fare il quadro di insieme, la sensazione che si ha guardandolo è quello di trovarsi da una parte in un'opera in fieri e dall'altra di assistere a uno spettacolo che si scopre essere involontariamente comico. Più che altro, però, In the hand of Dante appare soprattutto come una grande occasione mancata. Questo perché il film - soprattutto nella prima parte - sembrava funzionare davvero molto bene. Oscar Isaac - che rimane l'elemento più a fuoco di tutta l'operazione filmica - divide la sua presenza sullo schermo tra uno scrittore alla ricerca dell'ispirazione intesa come ricerca costante di bellezza e quella di un autore moderno, a suo modo affascinante, che lascia entrare il male per poter difendere quella stessa bellezza. E nelle prime battute - nonostante, appunto, le incertezze temporali - il film aveva preso il passo di un thriller d'arte con venature di commedia che lo faceva apparire quasi irresistibile. Lo stesso Gerard Butler, nei panni di un killer spietato ma scanzonato, viscido e perverso al tempo stesso, sembrava aver imboccato un ruolo costruito su misura, come non gli succedeva ormai da molti anni. Questo impianto da "caccia al tesoro" e da noir moderno, tuttavia, si sgretola man mano che il film procede. Jason Momoa nei panni di un siciliano, Gal Gadot con una recitazione posticcia e impostata e la stessa trama che sembra voler girare sempre su se stessa, come se di fatto stesse disegnando da sé uno dei gironi infernali, sono solo alcuni degli elementi che hanno fatto inceppare la macchina narrativa, trasformando In the hand of Dante in una pellicola assurda anche al di là delle volontà registiche, che appare quasi una parodia di se stessa.
Nonostante l'impianto visivo che riesce a toccare vette davvero strabilianti e un Martin Scorsese già diventato icona, In the hand of Dante, che alterna il colore al bianco e nero, non funziona affatto come avrebbe dovuto e risente senza dubbio di una lunghezza spropositata, che dilata i tempi di ricezione e di creazione e finisce con il rendere insofferente chi è seduto in poltrona, che si trova intrappolato in scene la cui utilità rimane avvolta nel dubbio. C'è da dire che la parte nel presente funziona molto di più di quella ambientata nel passato, proprio perché c'è questa tensione quasi al thriller nel mondo dell'arte che stuzzica la curiosità dello spettatore. Detto questo, però, il resto della costruzione del film lascia a desiderare in più punti e anche tutto il tema della reincarnazione, dell'eterno ritorno e del perpetuo presente rimangono così tanto in superficie e abbandonati a se stessi che un occhio meno allenato potrebbe anche non cogliere la rincorsa alla ciclicità del tempo. Peccato.