Wild Horse Nine è un film del 2026 prodotto in Stati Uniti di genere commedia, dark.
La durata complessiva è di 119 minuti. Il progetto è interamente scritto e diretto da Martin McDonagh. Nel cast principale figurano come interpreti: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits, Parker Posey, Mariana Di Girolamo.
In merito alla distribuzione in Italia, la programmazione prevede l'uscita nelle sale cinematografiche da .
in uscita al Cinema
in Mostra a Venezia 83
Trama
In Wild Horse Nine, ambientato poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) vengono inviati da Santiago all'Isola di Pasqua dal loro capo di sezione, MJ (Steve Buscemi). Tra le iconiche statue dell'isola, mentre i due partner di lunga data lottano con i loro oscuri passati e le cospirazioni del presente, il nuovo legame di Chris con una coppia di studentesse ribelli (Mariana di Girolamo e Ailín Salas) minaccia di mandare all'aria il viaggio di tutti in questo remoto paradiso.
• Il 23 luglio 2026, Disney ha annunciato la presentazione del film in anteprima alla 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, In Concorso.
Note di Produzione
Due uomini alla fine del mondo
Wild Horse Nine è il quinto lungometraggio dello sceneggiatore e regista premio Oscar Martin McDonagh ed è incentrato su un'amicizia plasmata da decenni di segreti, lealtà e compromessi morali. Nel film, Chris (John Malkovich, candidato all'Oscar) e Lee (Sam Rockwell, premio Oscar) – agenti veterani della CIA la cui carriera si è svolta all'ombra della politica della Guerra Fredda – arrivano sull'Isola di Pasqua portandosi dietro il peso di un passato lungamente condiviso e, sebbene fuori servizio, con secondi fini che non rivelano nemmeno l'uno all'altro. Ambientata in Cile nel 1973, la storia si svolge nei mesi di grande tensione che precedono il colpo di Stato militare che avrebbe rovesciato Salvador Allende, presidente democraticamente eletto. Mentre le forze politiche si radunano sul continente, Chris e Lee vengono inviati da Santiago nella remota e isolata Isola di Pasqua, un avamposto vulcanico a più di 2.000 miglia nell'Oceano Pacifico. Una volta sull'Isola di Pasqua, i due intraprendono percorsi segreti diversi: Chris riflette sulle sue scelte di vita e sulla sua carriera attraverso un dittafono e le registrazioni in Super 8 mm di Lee, mentre Lee cerca di conciliare le direttive di MJ che lo pongono proprio al centro del destino di Chris. Per McDonagh, la storia e il personaggio di Chris hanno offerto l'opportunità di esplorare la bussola morale di un uomo che ha trascorso decenni operando all'interno delle strutture nascoste della politica globale. «Ho pensato che sarebbe stato interessante affrontare il senso di colpa di una persona e il suo atteggiamento nei confronti di ciò che ha fatto», afferma McDonagh. «È anche un cattolico, quindi entrano in gioco il senso di colpa, i peccati e tutto quel genere di cose». Una combinazione di dilemma etico e funambolismo tonale è diventata la caratteristica distintiva del personaggio, rendendolo estremamente attraente per un attore come Malkovich. «È piuttosto divertente e infantile», dice Malkovich. «Ma anche, ovviamente data la sua storia, letale, anche se è alla fine della sua carriera». Il fulcro emotivo del film, tuttavia, risiede nel rapporto tra Chris e Lee. Chris sta giungendo al termine della sua carriera dopo anni trascorsi a svolgere operazioni sotto copertura in tutto il mondo. Lee, dal canto suo, gli rimane profondamente fedele come amico, collega e, a volte, riluttante custode. "L'affetto tra questi due uomini, ecco il cuore della storia", afferma McDonagh. Rockwell descrive la premessa con il suo caratteristico umorismo schietto, definendolo «un film su due idioti bianchi over 50 che vanno all'Isola di Pasqua per godersi un'ultima avventura e ne nascono un sacco di guai». Ma sotto l'umorismo nero del film si nasconde un asse emotivo più profondo. L'attore Steve Buscemi, che interpreta il capo della CIA MJ, sostiene che la storia ruoti in definitiva attorno ai legami complessi tra i personaggi piuttosto che alle dinamiche politiche che li circondano. «Sono le relazioni che trovo davvero avvincenti», dice Buscemi. «Si tratta di amicizia e di ciò che si è disposti a fare per un'altra persona». «Martin ti accompagna in un viaggio sulle montagne russe; è davvero una storia d'amore tra due uomini che si conoscono da tempo e che, durante questo viaggio, riescono davvero a dimostrare il loro affetto l'uno per l'altro», aggiunge il produttore Graham Broadbent della Blueprint Pictures, che ha prodotto cinque film con McDonagh. «Racconta questa storia dal suo punto di vista di essere umano, non da quello di un attivista politico.» Quell' equilibrio tra umorismo e intensità emotiva caratterizza da tempo la narrazione di McDonagh. Come descrive Malkovich, lo stile del regista spesso tocca da vicino le corde emotive. «È molto divertente – in modo insolitamente cupo», afferma. «Mi ricorda la vita.» Ma le origini di Wild Horse Nine non risiedono nei suoi personaggi. La storia stessa è nata da un'attrazione molto più antica per un luogo sulla Terra che era rimasto impresso nell'immaginario di McDonagh per oltre un decennio.
Lo sviluppo della sceneggiatura
Molto prima che Wild Horse Nine prendesse forma sulla carta, McDonagh si recò sull'Isola di Pasqua con solo una vaga sensazione che quel remoto paesaggio del Pacifico potesse un giorno far presagire un progetto futuro. "Ci andai circa 12 o 13 anni fa per vedere se fosse possibile ambientare una storia in quel luogo", ricorda, "senza sapere bene quale potesse essere, ma pensando che potesse essere un'ambientazione piuttosto interessante e 'fuori dal comune'". Conosciuta localmente come Rapa Nui, l'Isola di Pasqua si trova a più di 2.000 miglia al largo della costa del Cile. È uno dei luoghi abitati più isolati del pianeta. Sebbene la sua prima visita sull'isola fosse durata solo pochi giorni, l'esperienza rimase impressa nell'immaginazione di McDonagh anche se la storia che un giorno sarebbe diventata Wild Horse Nine continuava a sfuggirgli. Negli anni successivi, McDonagh tornò periodicamente all'idea di ambientare un film in quel luogo, sperimentando diverse possibilità narrative ma faticando a trovare quella che gli sembrasse davvero giusta. La svolta arrivò quando riemerse un altro suo interesse di lunga data: gli sconvolgimenti politici avvenuti in Cile nei primi anni '70. Per McDonagh, quella curiosità può essere collegata ad una canzone punk che ascoltò per la prima volta da adolescente. «Tutto è nato da una canzone dei The Clash contenuta nel loro album Sandinista! del 1980, intitolata "Washington Bullets"», racconta. «Parla del coinvolgimento degli Stati Uniti in molte parti del mondo. Parla della Baia dei Porci e di Cuba. Credo di averla ascoltata quando avevo 10 o 12 anni e questo mi ha spinto a pormi delle domande e a documentarmi sull'argomento, e quelle domande mi sono rimaste dentro». Alla fine, quelle due idee – l'isolamento inquietante dell'Isola di Pasqua e la storia turbolenta del Cile – hanno cominciato a intrecciarsi. Alla fine le ha fuse in un'unica storia, e Wild Horse Nine ha davvero cominciato a prendere forma. «Quel viaggio all'Isola di Pasqua, che ovviamente è un territorio cileno, mi ha in un certo senso liberato, permettendomi di utilizzare l'isola, la storia del Cile e il rapporto degli Stati Uniti con il Cile, tutto in un unico contesto», dice McDonagh. Continua Broadbent: «C'è una cosa che Martin sa fare, ed è quella di cogliere il senso del luogo in ogni cosa. Ciò che di straordinario ha fatto Martin in questo film è stato legare gli eventi del Cile del 1973 a questa location unica, in un modo che non credo nessun altro avrebbe potuto fare». Quella che era iniziata come una ricerca di location si è lentamente trasformata in una storia su due veterani alle prese con le conseguenze morali di una vita trascorsa all'interno della CIA, sullo sfondo di un luogo che ha osservato in silenzio secoli di storia umana.
Il casting
Al centro di Wild Horse Nine ci sono due uomini la cui vita è stata plasmata da decenni di lavoro insieme all'interno della CIA. Chris e Lee arrivano sull'Isola di Pasqua non solo come colleghi, ma come partner con alle spalle anni di incarichi pericolosi e dei dilemmi morali che ne derivano. Mentre, nel corso degli anni, McDonagh cercava di organizzare la struttura, la dinamica ha alla fine trovato la sua realizzazione ideale nell'accoppiata Malkovich-Rockwell. Secondo la direttrice del casting Sarah Halley Finn, il ruolo di Chris – un agente veterano della CIA che si avvicina alla fine della sua carriera dopo decenni trascorsi a destreggiarsi negli angoli più oscuri della politica estera americana – è stato quello più difficile da assegnare. «Interpretare Chris era una sfida davvero ardua: era necessario un attore che potesse essere assolutamente sgradevole, violento, crudele e distruttivo verso sè stesso e gli altri, ma che fosse anche in grado di conquistare la simpatia del pubblico, farci ridere e, alla fine, spezzarci il cuore», spiega Finn. «Era un percorso incredibilmente difficile da seguire per un attore: creare tutti i lati spigolosi di questo personaggio per poi aprirsi gradualmente e rivelare qualcosa di più vulnerabile e tenero, crudo e universalmente umano». Pochi sarebbero riusciti a soddisfare tutti i requisiti in modo così perfetto come Malkovich e sebbene lui non avesse mai interpretato un ruolo del genere, Finn ha svolto ricerche approfondite, scovando ogni sua performance, intervista e immagine che potesse servire a sostenere l'idea di scritturarlo per il ruolo di Chris. McDonagh si è detto d'accordo sul fatto che, tra tutti gli attori in grado di affrontare la parte, solo Malkovich avrebbe potuto interpretare Chris nel modo in cui lui stesso lo aveva immaginato mentre scriveva il personaggio. «John ha spesso interpretato personaggi pericolosi e inquietanti», dice McDonagh parlando dell'attore. «Ma la sua abilità nel gestire l'umorismo della storia e la tristezza è stata semplicemente straordinaria. Riesce a rendere simpatico un uomo che ha fatto cose piuttosto terribili». Per Malkovich, proprio quella complessità etica era ciò che rendeva il ruolo così avvincente. «Ha un passato così complesso», dice l'attore. «Ha fatto molte cose piuttosto discutibili e lotta con i rimorsi di coscienza, con il senso di colpa, chiedendosi cosa abbia fatto della sua vita e al servizio di cosa». Il rapporto tra Chris e Lee è il fulcro emotivo del film. Anche se a volte si danno sui nervi a vicenda, rimangono legati da una lealtà che dura da decenni. «Si irritano profondamente a vicenda», dice Malkovich. «Litigano quasi ogni giorno, quasi come una famiglia vera ma hanno un rapporto molto stretto tra loro e Chris si affida a Lee per questioni di vita o di morte». Per il ruolo di Lee, McDonagh ha invitato il suo collaboratore di lunga data Rockwell, che in precedenza aveva recitato in 7 Psicopatici e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. «Sam è sempre la cosa migliore che si trova nei suoi film, ma non è un attore egoista», dice McDonagh. «In questo film, è come il partner di tennis perfetto per John». Lee occupa una posizione diversa all'interno di questo duo. Più giovane e ancora attivo all'interno dell'agenzia, rimane un amico leale pur affrontando le proprie frustrazioni legate a una vita trascorsa nel mondo dei servizi segreti. «Probabilmente Lee avrebbe dovuto ricevere una promozione già da tempo», scherza Rockwell. «È un po' depresso: il suo migliore amico è quest'uomo che potrebbe essere suo padre o suo zio. È un personaggio interessante. In un certo senso è una persona seria, ma poi c'è un lato inaspettato in lui». I ritmi tra i due personaggi spesso ricordano quelli di una lunga collaborazione che si è profondamente evoluta. «Chris dice che non aveva un amico – nemmeno uno – prima di incontrare Lee, e che si sentiva solo», dice Malkovich. «Ma anche Lee, in un certo senso, è solo».
La vita privata di Lee introduce un ulteriore livello di tensione attraverso il suo rapporto con la moglie Marge, interpretata da Parker Posey. Sebbene lei rimanga fisicamente distante dagli eventi che si svolgono sull'Isola di Pasqua, la sua presenza aleggia sul panorama emotivo di Lee. Durante le prove, McDonagh e gli attori hanno esplorato le ambiguità di quella relazione. McDonagh ha inoltre adottato una scelta insolita: far recitare gli attori nei panni dei personaggi mentre parlavano veramente al telefono durante le riprese delle scene con Marge e Lee, che si svolgono tutte sotto forma di telefonate tra la loro residenza nel New Mexico e l'Isola di Pasqua (dove Lee si trova sistemato alla bell'e meglio). Nella maggior parte dei film, è il regista o la segretaria di edizione a leggere le battute dall'altra parte del telefono mentre la telecamera inquadra l'attore, ma in questo caso McDonagh ha puntato alla verosimiglianza, al punto che la Posey si è persino recata sull'Isola di Pasqua durante le riprese (sebbene nessuna delle sue scene fosse ambientata sull'isola). «Martin voleva che le scene cruciali tra Lee e Marge non fossero solo comiche, ma anche punti chiave e talvolta potessero accendere la trama», dice Broadbent. «Ne sono risultate due scene fondamentali con questi due attori straordinari che spingono la storia in direzioni inaspettate». «Ho lavorato con Parker, Sam e John, ho fatto le prove, ho risposto a domande sulle motivazioni dei personaggi, ad esempio perché Lee si lasci cornificare, o se il personaggio di Parker si stia inventando tutto», spiega McDonagh. Aggiunge Rockwell: «Marge ha un piccolo problema con l'alcol. In un certo senso è un po' come se fossero George e Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf?». A supervisionare l'operazione da Santiago c'è il rigido burocrate MJ, interpretato da Buscemi. Il personaggio rappresenta l'autorità istituzionale dietro la missione, nonché la struttura di potere che in ultima analisi governa le vite di uomini come Chris e Lee. «Cerca di essere il capo amichevole, ma a volte questo non basta, e allora deve imporsi e far rispettare la disciplina, un tipo un po' tosto», dice Buscemi, che ha incontrato McDonagh per la prima volta al Festival del Cinema di Venezia nel 2022. «Mi piaceva che fosse così». McDonagh sapeva che il film non poteva limitarsi a raccontare la storia di due americani che, come dice lui, "creano casini in Cile". "Bisognava mostrare che intenzioni avessero i cileni, soprattutto quelli di sinistra, e da dove venissero". Così, mentre Chris, Lee e MJ incarnano la storia della politica della Guerra Fredda, la trama si amplia con l'arrivo di due studentesse cilene le cui vite si intrecciano con quelle di Chris e Lee sull'isola. Mariana Di Girólamo interpreta Monica, una giovane donna la cui curiosità ed empatia la avvicinano gradualmente a Chris, nonostante il suo iniziale scetticismo. Monica finisce per diventare uno dei punti di riferimento emotivi del film. Attraverso le sue conversazioni con Chris, comincia a intravedere le forze politiche più oscure che stanno plasmando il futuro del suo Paese. Ma per Di Girólamo, il personaggio rappresenta qualcosa di più ampio di una sola storyline. «Ho riso molto quando ho letto la sceneggiatura», ricorda Di Girólamo. «All'inizio mi sentivo un po' in colpa perché ridevo di cose terribili. Ho provato un sacco di emozioni. Ma Wild Horse Nine, per me, è un film sull'amicizia e sulla redenzione», dice. «Parla anche di compassione, memoria, vita e della sua assenza. È questo il bello dei film di Martin, non sono binari, non c'è qualcosa di buono o di cattivo. C'è una grande zona grigia e si può provare compassione per un personaggio come questo agente della CIA. È la prima volta che qualcuno cerca di raccontare questa storia in questo modo. Vediamo sempre film politici sui colpi di Stato in America Latina, in Cile o in Argentina. Ma questo è davvero unico». Scegliere un'attrice cilena, il cui Paese, la cui cultura e identità sarebbero stati rappresentati nel film, era essenziale per raccontare la storia in modo autentico. Dice Finn: «Avevo conosciuto Mariana diversi anni prima, dopo la sua straordinaria interpretazione nel musical Ema di Pablo Larrain. All'epoca rimasi colpito dal suo calore e dal suo talento, ed è stata la prima persona a cui ho pensato quando ho letto la sceneggiatura». Ema è stato anche il modo in cui McDonagh ha conosciuto la Di Girólamo, una star molto famosa in Sudamerica. «Mariana è una brillante attrice cilena», afferma. «Ho visto Ema durante il viaggio da Santiago all'Isola di Pasqua in occasione di uno dei nostri viaggi di preparazione, e ho pensato che avremmo dovuto assolutamente scritturarla per questo ruolo. Non vedo l'ora che il mondo al di fuori del Cile scopra quanto sia brillante. Mariana è tutto ciò che speravo fosse quel personaggio». «Lei è fondamentale per la trasformazione di Chris», aggiunge la Finn. «Doveva possedere quel calore e quell'umanità che attraggono Chris, che parlano alla purezza di cuore ormai scomparsa da tempo in lui. E mentre Chris si apre piano piano, lei doveva essere in grado di trovare la propria forza interiore e diventare più forte, in modo da rendere credibile la sua trasformazione, che avviene in un istante». Al fianco della Di Girólamo c'è Ailín Salas, che interpreta Alicia – un personaggio la cui presenza complica le dinamiche emotive che circondano i due americani e che alla fine prende una direzione inaspettata. Inizialmente in viaggio con Monica come compagna di studi alla scoperta dell'Isola di Pasqua, Alicia rivela gradualmente motivazioni che cambiano il corso della storia. «È stata una bella sfida per me», dice la Salas. «Credo sia stato il personaggio più oscuro che abbia mai interpretato». In qualità di produttore di numerosi film di McDonagh, Broadbent ammira il rapporto che McDonagh instaura con il suo cast. Spiega: «Se si osservano le opere di Martin e gli attori con cui lavora, che si tratti di Frances McDormand, Brendan Gleeson, Colin Farrell, Kerry Condon e ora John Malkovich, si nota un'alchimia tra lui e questi componenti chiave del cast che è voluta. Non c'è nulla di casuale; Martin ispira cose brillanti in persone brillanti». Creare un cast corale che si adattasse perfettamente a un luogo e a un'epoca così specifici ha richiesto ricerche approfondite sulla storia politica del colpo di Stato cileno e dell'epoca che la troupe stava cercando di rappresentare. Oltre ai membri principali del cast, la Finn si è occupata di reclutare attori indigeni per interpretare ruoli minori o di sfondo. «Volevamo davvero includere attori indigeni nel film per conferirgli un ulteriore livello di autenticità», spiega. «Abbiamo collaborato con un responsabile del casting sudamericano, Robert Mattis, e abbiamo contattato ristoranti e registi locali per vedere se ci fossero altre persone che potessero apparire sullo schermo. La mia assistente è arrivata persino ad andare a cercare ogni agenzia di noleggio auto dell'isola e a lasciare loro un volantino chiedendo ai dipendenti se volessero fare un provino. Siamo riusciti a reclutare molte persone del luogo che non erano attori e che hanno completato il cast del film». Nel suo insieme, l'intero cast forma una rete di relazioni che svela lentamente il terreno emotivo che si cela dietro lo sfondo politico e il paesaggio pittoresco del film.
Le riprese sull'Isola di Pasqua
Conosciuta localmente come Rapa Nui, l'Isola di Pasqua è caratterizzata da ampie colline verdeggianti, scogliere che precipitano a picco sull'Oceano Pacifico e dalle monumentali statue Moai scolpite secoli fa dai primi abitanti dell'isola. Quasi 1.000 di queste figure di pietra rimangono sparse sul territorio ancora oggi, con i volti rivolti verso l'interno dell'isola, come se osservassero in silenzio le vite che si svolgono intorno a loro. Per McDonagh, l'atmosfera dell'isola è diventata parte integrante della storia che alla fine ha ambientato proprio lì. «C'è un'intensa spiritualità nell'isola e nei Moai», afferma. «L'intenzione è quella di catturare questo aspetto in una storia che parla anch'essa di spiritualità. C'è qualcosa nello scorrere della vita, e in questi osservatori che rimangono lì senza giudicare. E poi c'è Chris, alla ricerca del giudizio finale». Sebbene la produzione avrebbe potuto ricreare l'Isola di Pasqua in molte altre parti del mondo, per McDonagh e la troupe era importante che il film fosse girato proprio sull'isola. Solo un altro film è stato girato lì, decenni fa (il lungometraggio di Kevin Reynolds del 1994 Rapa Nui). La produzione stessa ha richiesto un livello straordinario di pianificazione per una location che non ospitava una troupe cinematografica da oltre tre decenni. Naturalmente, è stato necessario trasporate quasi tutta l'attrezzatura che serviva per le riprese dal Cile continentale all'isola, e la troupe di 150 persone ha lavorato a stretto contatto con le autorità locali e i residenti per garantire che la produzione rispettasse il significato culturale e storico dei siti dei Moai. La produttrice Anita Overland ricorda l'esperienza di lavoro in quel luogo come logisticamente complessa ma profondamente gratificante. «Lavorare sull'Isola di Pasqua è stato incredibile», afferma. «È un luogo molto spirituale e magico. Siamo stati fortunati che Graham fosse già in contatto con Fabula, la società di produzione cilena gestita da Juan e Pablo Larraín. Ci avevano aiutato ad entrare in contatto con l'amministrazione di Ma'u Henua sin dalle prime fasi, così abbiamo lavorato a stretto contatto con loro per trovare un modo di realizzare il film ma anche di proteggere il territorio ed i Moai». Aggiunge Broadbent: «È un sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, quindi tutto ciò che abbiamo portato sull'isola l'abbiamo poi riportato via. Non volevamo lasciare alcuna traccia. Rispettiamo i Moai, rispettiamo le persone che vivono lì. Volevamo rispettare il processo con la comunità Ma'u Henua e, in definitiva, speravamo che il rapporto di fiducia tra noi e loro potesse concretizzarsi in qualcosa di straordinariamente bello». Complessivamente, i realizzatori hanno trascorso tre mesi ad assorbire e a catturare l'energia mistica dell'isola. «Non sono in molti a rimanere lì così a lungo, se non ci vivono», spiega McDonagh. «I turisti vengono per due o tre giorni. Riuscire a cogliere davvero l'essenza di quel luogo è stato veramente magico». Tra tutta la magia che l'isola ha da offrire – la presenza silenziosa dei Moai, il vasto orizzonte del Pacifico e la sensazione che il paesaggio esista da molto più tempo delle vite che si susseguono sul pianeta – una scoperta in particolare ha sorpreso McDonagh durante la sua prima visita. «Quando ci sono andato per la prima volta, la cosa di cui non sapevo era l'esistenza dei cavalli selvaggi», racconta McDonagh. «Sono ovunque sull'isola». Gli animali vagano liberamente per il territorio, spuntando inaspettatamente lungo le strade e sui pendii delle colline. Non solo la loro presenza è un aspetto del vocabolario visivo del film ma essi fungono da testimoni silenziosi dei conflitti, dei desideri, delle storie e delle conseguenze dei personaggi mano a mano che la storia si svolge sull'isola. «In ogni versione della sceneggiatura, i cavalli c'erano perché sono lì nella realtà», spiega. «C'è qualcosa di spirituale e di triste in loro. Sembra che siano lì da sempre, ad osservare. I cavalli e i Moai: osservatori innocenti. Non è qualcosa che si possa davvero pianificare in anticipo. Devi semplicemente lasciarti lo spazio necessario durante le riprese per coglierlo.» La presenza di questi animali ha anche richiamato alla mente un altro aspetto del film: la sua vicinanza al genere western. «È come se fossero due vecchi pistoleri alla fine dei loro giorni bui», dice McDonagh, riferendosi a un elemento che sarebbe stato poi ulteriormente sviluppato nella colonna sonora originale del film. Quando Chris telefona al fratello, da cui si era allontanato (Tom Waits), catapultando la storia a circa 5.000 miglia di distanza, tra i rilievi isolati e le mesa della Monument Valley in Arizona, il DNA western di Wild Horse Nine non potrebbe essere più evidente. Per i realizzatori, quel senso di storia e continuità è diventato, in definitiva, uno degli elementi distintivi del film. Le statue dei Moai si ergono sull'isola da secoli, i cavalli selvaggi continuano a vagare per le colline e il Pacifico si estende all'infinito oltre le scogliere. Sullo sfondo di quello scenario antico, la storia di Chris e Lee si dispiega come qualcosa di fugace e al tempo stesso profondamente umano: due amici e colleghi che affrontano le conseguenze della loro vita in un luogo che, silenziosamente, ricorda loro quanto quella vita sia, in fin dei conti, piccola.
La fotografia
Per cogliere l'universo visivo di Wild Horse Nine è stato necessario trovare un equilibrio tra due elementi distinti ma interconnessi: il vasto paesaggio fisico dell'Isola di Pasqua e l'intimo terreno emotivo condiviso dai personaggi del film. Per McDonagh e il direttore della fotografia Ben Davis, la sfida è stata quella di trovare un linguaggio visivo in grado di racchiudere entrambi. «L'isola doveva essere un personaggio», afferma McDonagh. «Così, abbiamo dedicato del tempo alle riprese con i droni e a quelle in movimento per catturare proprio questo. Quando vai in un posto, osservi ciò che salta all'occhio e sull'Isola di Pasqua è il verde. Quasi lo enfatizzi all'eccesso: verde, verde, verde. E dovevamo anche utilizzare i Moai in modo perfetto. Ci siamo assicurati che le scene fossero incentrate su di loro quasi quanto lo fossero sui personaggi». Quando è iniziata la produzione, McDonagh aveva già instaurato una lunga collaborazione creativa con Davis grazie a tre progetti precedenti (Gli Spiriti dell'Isola (2022), Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e 7 Psicopatici (2012)). Per questo progetto, entrambi i realizzatori si sono trovati attratti dalla texture visiva dei film americani dei primi anni '70. L'ambientazione d'epoca della storia ha influenzato un punto di riferimento naturale. «Da un punto di vista visivo questo è uno dei miei periodi preferiti», afferma Davis. «Alcuni dei migliori film della mia vita sono stati realizzati negli anni '70. C'era una certa semplicità in essi. Volevamo che il pubblico non si rendesse conto di ciò che la macchina da presa stesse facendo». L'obiettivo non era imitare un film specifico, ma evocare l'atmosfera fotografica dell'epoca, così come le sue caratteristiche texture imperfette e le sue palette di colori. Davis indica come fonti di ispirazione riferimenti quali Città Amara -Fat City di John Huston e Un Uomo da Marciapiede di John Schlesinger, al punto che lui e McDonagh hanno persino iniziato a chiedersi se non fosse il caso di girare interamente su pellicola da 35 mm. Ma le difficoltà legate alle riprese in una delle isole più remote della Terra hanno rapidamente complicato quell'idea, portando a una produzione prevalentemente digitale. «Girare su pellicola quando ci si trova in quello che è probabilmente il luogo abitato più isolato del mondo e far arrivare il negativo in laboratorio per lo sviluppo sarebbe stato molto difficile», afferma Davis. Ha invece iniziato a sperimentare modi per riprodurre l'aspetto delle pellicole d'epoca utilizzando macchine da presa digitali. Durante i primi test, ha sperimentato con l'Ektachrome, una pellicola diapositiva a colori ampiamente utilizzata negli anni '70. Lui e McDonagh hanno anche preso spunto dal lavoro del direttore della fotografia William Eggleston, che ha utilizzato sia quel formato che il Kodachrome per le sue famose immagini dai colori saturi degli anni '60 e '70. «Il modo in cui l'Ektachrome riproduce il colore rosso era particolarmente importante per noi, perché il rosso risalta davvero in un paesaggio di erba verde, mare e cielo blu», spiega Davis. «Abbiamo cercato di limitare la tavolozza dei colori in modo che qualsiasi cosa inserissimo in quel paesaggio risaltasse». Anche l'approccio all'inquadratura era simile, osserva Davis, a quello adottato nella sua collaborazione con McDonagh in Gli Spiriti dell'Isola. «Si parla di isolamento, e di come questi due uomini sono in qualche modo isolati nel loro mondo», spiega. «Cercavo sempre di inserire due piccole figure in un grande paesaggio e poi, man mano che il film procede, la macchina da presa si avvicina sempre di più agli attori. Quando arriviamo alla scena in cui John dice: 'Lei è la vita ed io me ne sto andando', volevamo che il pubblico comprendesse davvero l'intimità e le emozioni che questi due uomini stanno vivendo." Sebbene il formato principale fosse quello digitale, nel film sono presenti esempi di Super 8 e 16 mm – come la sempre presente cinepresa Super 8 di Lee – oltre ad alcune riprese limitate in 35 mm. Davis ha anche utilizzato obiettivi Baltar specifici dell'epoca per contribuire a ottenere un'estetica anni '70, migliorando ulteriormente l'aspetto visivo trasferendo il girato digitale su negativo e poi rimettendolo in digitale tramite scansione, conferendo la grana organica, la resa cromatica e le imperfezioni della pellicola fotochimica. E per un film con, ancora una volta, una particolare impronta western, l'opportunità di girare nella Monument Valley (e per di più al famosissimo John Ford Point, nel cuore della valle) è stata incredibile quasi quanto l'esperienza sull'Isola di Pasqua. «Volevo girare la scena della Monument Valley all'alba, in modo che Tom Waits si fosse svegliato nelle prime ore del mattino», dice Davis. «È stato complicato portare tutti noi laggiù. Devo dire che la produzione ha fatto un lavoro straordinario sotto ogni aspetto. Realizzare un film d'epoca sull'isola abitata più isolata del mondo, portare lì le auto e la troupe, girare effettivamente sull'isola, dare alloggio e sfamare le persone: è stata una vera sfida».
Scenografia e costumi
Sebbene il paesaggio naturale dell'Isola di Pasqua definisca l'identità visiva di Wild Horse Nine, gran parte dell'atmosfera del film emerge dagli ambienti in cui vivono i personaggi. Lo scenografo Denis Schnegg e la costumista Eimer Ní Mhaoldomhnaigh hanno lavorato a stretto contatto con McDonagh e gli altri capi reparto per creare un mondo visivo che riflettesse sia le tensioni politiche dei primi anni '70 che il percorso emotivo dei personaggi che lo attraversano. «Volevamo che le scene ambientate nel Cile continentale fossero austere e cupe», afferma McDonagh, commentando la prima parte del film che ritrae il mondo della CIA, girata in esterni a Santiago. «La piazza su cui si affacciano gli uffici della CIA è storicamente importante. È lì che si trova il palazzo presidenziale, bombardato dalle forze di Pinochet il giorno del colpo di Stato, ed è lì che morì Allende. L'Isola di Pasqua, invece, è l'opposto: colori vivaci, verde, spiritualità, come contrappunto. Nelle scene ambientate a Santiago i colori sono volutamente molto ridotti." Gran parte del percorso emotivo si svolge all'interno dell'hotel dove Chris e Lee alloggiano durante il loro soggiorno sull'Isola di Pasqua. Schnegg e il suo team hanno ricostruito da zero le camere comunicanti, utilizzando sottili differenze visive per riflettere lo stato psicologico dei due uomini. «Gli hotel hanno un linguaggio proprio: tappeti, tende e disposizioni delle stanze sono simili», spiega Schnegg. «Ma abbiamo introdotto lievi variazioni, così il pubblico capisce immediatamente di quale stanza si tratta. Lo spazio di Chris si deteriora col passare del tempo. Lui smette di curarsi dell'ambiente che lo circonda. Diventa più caotico, con fazzoletti macchiati di sangue che fungono da promemoria simbolici della sua malattia. La stanza di Lee, invece, riflette l'inquietudine. È al telefono, entra e esce, diviso tra la lealtà verso Chris, la sua famiglia e il suo lavoro. L'atmosfera delle due stanze è diversa.» Oltre a questi interni, Schnegg ha lavorato anche per ricreare alcune parti dell'Isola di Pasqua così come potevano apparire nei primi anni '70. Il turismo moderno ha trasformato gran parte della città principale dell'isola, Hanga Roa, costringendo la produzione a reimmaginare alcune location. «Non ci sono molte foto di Rapa Nui di quel periodo, ma abbiamo trovato alcune foto di famiglia private che ci sono state d'aiuto», dice Schnegg. «C'è una scena in cui un famoso musicista cileno, Victor Jara, che in seguito fu assassinato dai fascisti, visita l'isola. Essa riassume la tragedia che il Paese ha vissuto. Non siamo riusciti a trovare una location adatta a quel periodo, quindi abbiamo scelto l'esterno migliore per la coreografia e le linee visive e abbiamo modificato l'intera facciata e la strada». Inoltre, a Schnegg è stato affidato il compito di procurare e trasportare auto d'epoca sull'isola per le riprese. C'erano due auto d'epoca principali per le quali era necessario avere altre due copie identiche dal momento che la lontananza dell'isola imponeva soluzioni rapide nel caso in cui qualcosa fosse andato storto durante le scene d'azione acrobatiche con le auto. "Individuare i modelli più adatti e fotogenici è stato abbastanza semplice", secondo Schnegg. "Cesar, il nostro coordinatore dei veicoli, ci ha proposto molti modelli americani tipici dell'America Latina di quel periodo, ma non siamo mai riusciti a trovare un'altra copia di nessun modello e nessuno era disponibile nelle combinazioni di colori da noi scelte. Il team ha dovuto abbinare tutti gli accessori, riverniciare tutte e quattro le auto con i colori scelti e ritappezzare gli interni. È stato un lavoro fatto con passione; ci sono volute sei settimane, coronate dal lavoro di un team di scenografi che ha sapientemente invecchiato le auto, ormai immacolate, per farle sembrare usate e vissute." La spedizione è stata un'altra sfida, nonché una fonte costante di ansia per il team. Il tempo minimo di navigazione è di dieci giorni dalla costa del Cile a Rapa Nui, e il calendario dipende fortemente dalle condizioni meteorologiche. Alla fine i tempi sono stati stretti, poiché i ritardi negli orari delle navi hanno fatto sì che non arrivassero entro il primo giorno di riprese. Fortunatamente, il team è riuscito a riprogrammare le riprese per consentire l'arrivo a Rapa Nui di cinque veicoli principali e circa dieci veicoli di contorno, insieme a una buona quantità di pezzi di ricambio e materiali per improvvisare riparazioni dell'ultimo minuto. Per Schnegg, è stata proprio l'isola a plasmare in ultima analisi la filosofia del design, grazie al modo in cui mette in prospettiva la vita umana. «Si ha questo paesaggio quasi deserto dove gli esseri umani si sentono come ospiti», afferma. Tuttavia, lontano dall'isola, Schnegg definisce le riprese delle poche scene iconiche nello Utah «un sogno creativo». «Nell'era della CGI, ci sono molti modi per simulare questo genere di idee in uno studio o in un altro Paese dove la troupe sta già girando. Martin era fermamente convinto che il film avesse bisogno del contrappeso di un vero paesaggio americano a contrapporsi allo straordinario scenario di Rapa Nui», spiega. La casa di Lee e Marge richiedeva un ampio giardino nel deserto lungo la facciata, dove poi le piante dovevano essere completamente estirpate ed il giardino distrutto durante la giornata di riprese. Dice Schnegg: «Ha funzionato alla perfezione e, ancora una volta, si inseriva nell'ambiente circostante come se fosse sempre stato lì. Lo stile degli interni, i colori, i materiali, i motivi, il design anni '70 e le tracce di vita familiare assemblate amorevolmente hanno fatto sorridere tutti quando sono arrivati sul posto. È stato un ottimo contrappunto a un mondo completamente diverso in cui avevamo girato fino a quel momento». Dal punto di vista logistico, è stata una sfida ambiziosa. Rapa Nui e il Cile sono già a cinque ore e mezza di distanza l'uno dall'altra, quindi aggiungere lo Utah – in particolare la Monument Valley – al puzzle della ricerca delle location e dei preparativi è stato complicato. Come sempre, ciò di cui il team aveva bisogno non esisteva. In un continuo andirivieni tra il reparto artistico dello Utah e quello dell'Isola di Pasqua, il team di Schnegg ha sviluppato i look per entrambi gli ambienti con molti riferimenti, vari schizzi e collage. «La capanna nella riserva Navajo ha richiesto un bel po' di sperimentazione scenografica creativa per integrarsi armoniosamente nell'ambiente circostante», spiega Schnegg. «L'alba a cui abbiamo assistito nell'ultimo giorno di riprese era ultraterrena. Ha reso l'intero viaggio, la tenacia nel voler arrivare a questo punto, un qualcosa che valesse veramente la pena e sono stati assolutamente indimenticabili». Ní Mhaoldomhnaigh, dal canto suo, ha affrontato il progetto con una sensibilità simile nei confronti dei personaggi e dell'ambiente. Lavorando a stretto contatto con i reparti di scenografia e fotografia, ha sviluppato una palette di costumi che riflette l'ambientazione d'epoca del film, rispondendo al contempo ai vividi colori naturali della location. «Il colore è davvero importante per me», afferma. «Bisogna sempre pensare al colore del paesaggio e a come questo interagisca con ciò che si sta realizzando». Chris e Lee hanno ciascuno un'identità visiva distinta all'interno di quella palette. Il guardaroba di Chris riflette una vecchia generazione di agenti dei servizi segreti. Quello di Lee, invece, incorpora influenze del sud-ovest americano, con un'allusione ad aspetti del background del personaggio. «Chris indossa molti completi e cappelli marrone scuro», dice Ní Mhaoldomhnaigh. «I suoi cappelli sono un omaggio a Gene Hackman in Il braccio violento della legge. E Lee vive nel sudovest americano quindi ho parlato con Martin per inserire alcuni di questi elementi nel suo personaggio. Una volta ho fatto un viaggio in auto attraverso il New Mexico e l'Arizona e mi sono ricordata dei gioielli Navajo. Quindi, Lee indossa gioielli Navajo in argento con pietre di turchese. Non bisogna esagerare, ma solo aggiungere un sottile tocco al personaggio. Ha anche uno Stetson, un cappello in pieno stile Steve McQueen e a Sam è piaciuto molto. I suoi abiti hanno più grinta. Sono più aderenti e perfetti." Oltre al colore, il tessuto è stato importante per Ní Mhaoldomhnaigh nel ricreare l'essenza del Cile nel film. Prima di iniziare la produzione, Ní Mhaoldomhnaigh si è recata a Santiago per una settimana per setacciare i vecchi negozi di tessuti, dove ha trovato i tessuti che alla fine sono stati utilizzati per alcune delle camicie di Chris. Ha anche visitato i mercati locali alla ricerca di gioielli e accessori interessanti. «Per me, la parte più entusiasmante è stata ricreare Santiago nel 1973 e mostrare la netta differenza tra quella città e i suoi disordini politici, rispetto alla relativa pace e bellezza di Rapa Nui», afferma Ní Mhaoldomhnaigh. «Proprio come in Gli spiriti dell'Isola, sapevo quanto sarebbe stato importante il ruolo del paesaggio lussureggiante nel film. Avevo bisogno che i colori e i motivi che avevo scelto si integrassero e, al contempo, contrastassero con quel paesaggio». Insieme, la scenografia e i costumi contribuiscono a collocare i personaggi all'interno del mondo del film, dalla sobria formalità degli uffici dei servizi segreti alle trame e ai colori più liberi di un paradiso del Pacifico – dove le regole di quel mondo cominciano a svanire.
Colonna sonora originale
La musica ha sempre avuto un ruolo essenziale nel plasmare il panorama emotivo dei film di McDonagh e, per Wild Horse Nine, il regista si è rivolto ancora una volta al suo collaboratore di lunga data, il compositore candidato all'Oscar Carter Burwell. Burwell era stato coinvolto nel progetto molto prima che iniziassero le riprese, ricevendo le prime stesure della sceneggiatura mentre McDonagh continuava a perfezionare la storia. Sebbene le loro prime conversazioni sulla musica raramente sfociassero in idee concrete, Burwell intuì immediatamente che il cuore pulsante del film sarebbe risieduto nella relazione centrale tra i protagonisti. «L'affetto tra i due personaggi principali sembrava destinato a essere un elemento importante», ricorda. «Ma non ero sicuro di come esprimerlo musicalmente. Ci siamo fermati qui nelle coversazioni e poi Martin è partito con le riprese». La direzione delle musiche si è rivelata alla fine quando Burwell ha iniziato a vedere il film prendere forma in sala montaggio. Dopo aver visitato la produzione durante le riprese sull'Isola di Pasqua, si è poi recato a Londra per visionare un primo montaggio insieme a McDonagh. A quel punto, un'idea aveva iniziato ad emergere: un tema costruito attorno alla chitarra acustica che trasmetteva una risonanza inaspettata. «Quando l'ho suonato per la prima volta a Martin, gli ho detto: "So che non è quello di cui avevamo parlato, ma a me sembra che funzioni davvero"», spiega Burwell. «C'è un certo romanticismo in questo tema. È come in uno degli ultimi western hollywoodiani, in cui il West sta scomparendo e una tradizione sta svanendo. Non avrei mai immaginato che fosse quello che avremmo fatto, ma ha funzionato davvero». Quel tono elegiaco è diventato il fondamento della colonna sonora del film, riflettendo la sensazione che entrambi gli uomini appartengano ad un'epoca ormai in via di estinzione. Ha ridefinito questi due agenti della CIA in termini inaspettatamente mitici, dipingendoli, ancora una volta, come pistoleri – il più anziano e il più giovane – legati da un rapporto speciale che nessun altro comprende appieno. Allo stesso tempo, l'ambientazione del film suggeriva un'altra dimensione musicale: l'Isola di Pasqua, con le sue antiche statue Moai e i vasti orizzonti oceanici, trasmette un senso di storia che si estende ben oltre le vite dei personaggi stessi. «I luoghi sono sempre importanti», afferma Burwell, «ma per questo film costituiscono davvero un personaggio fondamentale». Per evocare quell'atmosfera senza tempo, Burwell ha incorporato elementi ispirati alle tradizioni musicali di tutto il Pacifico. La colonna sonora fonde strumenti a corda andini come il charango e il ronroco con le percussioni risonanti dei gruppi musicali gamelan. Quei suoni riflettono il contrasto che sta al centro del film: due uomini che affrontano le conseguenze della loro vita sullo sfondo di un paesaggio che ha resistito silenziosamente per secoli. «Si crea così un senso di mistero e antichità», spiega Burwell. «L'isola suggerisce una dimensione temporale più ampia e una prospettiva completamente diversa sulle questioni umane».
Una nuova era per McDonagh
Una costante nella filmografia di McDonagh è la sensazione che il luogo sia un personaggio a sé stante – qualcosa che McDonagh ha imparato già ai tempi di In Bruges – La coscienza dell'assassino. «Per Tre Manifesti, ricordo che abbiamo setacciato un sacco di stati alla ricerca di una cittadina di vecchio stampo con un'unica strada così stretta da poter lanciare una molotov da una parte all'altra», ricorda McDonagh. «E con Gli Spiriti dell'Isola abbiamo girato a Inishmore e poi abbiamo scoperto Achill Island, unendo le due location. Per questo film, la caratterizzazione della location si è evoluta attraverso diverse versioni della sceneggiatura. Rapa Nui è la massa di terra più lontana in assoluta da qualsiasi altra al mondo; quel senso di isolamento e distanza ha permeato il film non appena abbiamo iniziato le riprese." Un altro elemento di coerenza è il modo in cui McDonagh collabora con il cast e la troupe, indipendentemente da quante volte abbia già lavorato con ciascuno dei componenti. «Il team creativo di Martin è molto speciale per lui», afferma Overland. «Sono molto affiatati e lavorano a stretto contatto. Lui lavora sempre con molte delle stesse persone, come Graham, Pete Czernin e Ben Davis. Denis Schnegg, invece, era nuovo nel team, eppure Denis e Ben sono riusciti a ricreare magnificamente lo stile degli anni '70 insieme a Martin». Molti aspetti dell'opera di McDonagh si ritrovano in questo film, ma ora più che mai McDonagh offre un'introspezione più profonda sul comportamento umano, sui complessi contesti politici e sul senso di colpa persistente di una vita trascorsa a girare intorno alle regole di Dio cercando di evitarle. Riflettendo sulla sua collaborazione di lunga data con lo sceneggiatore e regista, Broadbent sottolinea un aspetto che distingue in modo particolare Wild Horse Nine all'interno della filmografia di McDonagh. «Se si osserva il percorso emotivo di Martin attraverso tutti i film che ha realizzato, si nota che ultimamente si trova in uno stato emotivamente più ricco e vulnerabile rispetto a quando ha iniziato», afferma Broadbent. «C'è un modo in cui Martin ora si trova perfettamente a suo agio nel suo film. Wild Horse Nine è molto divertente e piacevole, ma è anche molto triste, e lui riesce a cogliere tutto ciò magnificamente. Non credo sia lo stesso regista che ha realizzato In Bruges – La coscienza dell'assassino . È l'evoluzione di un regista».