Material Love, recensione del triangolo sentimentale fra Dakota Johnson, Pedro Pascal e Chris Evans
Nella New York contemporanea, Lucy (Dakota Johnson) è una matchmaker, vale a dire una "combina coppie", che lavora per Adore, un'agenzia di appuntamenti: il suo compito è quindi quello di ascoltare richieste ed esigenze dei clienti e cercare di trovare la persona perfetta per loro, mentre lei stessa non sembra avere fretta di uscire dalla propria condizione di single. Le cose cambiano però quando, durante il matrimonio di una sua cliente, Lucy conosce lo scapolo Harry (Pedro Pascal), affascinante, ricchissimo, intelligente e premuroso, che dimostra da subito interesse per lei; nella stessa occasione, però, Lucy rivede anche il suo ex ragazzo John (Chris Evans), aspirante attore che per mantenersi lavora come cameriere, e con cui la relazione era finita anche proprio per via delle difficoltà economiche che alla lunga le erano sembrate insormontabili. Da quel momento Lucy si ritrova a dover decidere cosa voglia davvero per il suo futuro.
A leggerla così la trama di Material Love sembrerebbe quella di una commedia romantica come tante già viste e riviste, ma le cose non stanno proprio così, e un primo indizio lo possiamo avere dal fatto che il film è scritto e diretto da Celine Song, il cui acclamatissimo esordio cinematografico Past Lives(2023), parzialmente autobiografico, ruotava anch'esso a suo modo attorno a un triangolo sentimentale.
Anche per questa sua opera seconda l'autrice si è ispirata alla sua vita, nello specifico a un breve periodo in cui lei stessa aveva lavorato per un'agenzia matrimoniale; nel film i rapporti di coppia, dunque, sono rappresentati come una vera e propria transazione commerciale, in cui si valutano parametri come età, peso, altezza (che scopriremo avere un valore fondamentale), stipendio, residenza e così via; ogni aspetto quindi può essere ridotto a un insieme di freddi numeri e dati dal valore prettamente materialistico, per l'appunto, che però, presi nel loro insieme, danno anche vita a un qualcosa di intangibile ma prezioso: la sensazione di essere amati, apprezzati, e quindi tramite gli altri dare un valore a se stessi.
Già una serie come Sex and the city negli anni '90 ci aveva illustrato la difficoltà di avere una relazione nella New York più danarosa e modaiola, mostrandoci lo spietato mondo degli appuntamenti alla ricerca del partner perfetto, aspetto che in Material Love è rappresentato soprattutto da una serie di montaggi dal sapore tragicomico in cui i clienti dell'agenzia espongono pretese e lamentele.
Sembra quasi insomma che, nonostante al giorno d'oggi le donne abbiano la possibilità di essere autosufficienti, libere e in carriera, non si riesca comunque a sganciarsi da uno scenario in cui il matrimonio, seppure anche considerato cinicamente alla stregua di un contratto d'affari, resta l'obiettivo ultimo, e dunque con una visione che alterna pragmatismo a romanticismo, con qualche stereotipo.
Ecco quindi che il film non imbocca la strada della rom-com buffa e leggera, ma adotta un approccio più socio-antropologico per analizzare e decostruire i rapporti di coppia, ed è in quest'ottica che si dipana anche il dilemma della protagonista, non priva di qualche contraddizione.
Il problema è che si finisce per riproporre situazioni un po' basiche e scontate nelle loro contrapposizioni: un esempio è mettere a confronto un uomo che vive in un super attico, lussuoso, silenzioso, dall'arredamento raffinato e costosissimo, e un altro che invece divide una casa piccola e caotica con dei coinquilini da incubo, in un'atmosfera da eterni studenti mai cresciuti.
Alla fine, quindi, la trama arriva a una conclusione abbastanza prevedibile ma con la voglia di sembrare profonda, adottando così un tono eccessivamente cupo, grave, spesso malinconico che finisce per prendersi troppo sul serio, oscillando tra inserti anche leziosi (vedi le scene con la coppia di cavernicoli) e temi drammaticamente realistici e attuali, come la violenza sulle donne, con alcuni snodi narrativi un po' forzati che francamente finiscono quasi per risultare involontariamente ridicoli.
Anche i personaggi principali, caricati di questa valenza simbolica, tendono ad apparire piuttosto trattenuti e quindi non a esprimere quei sentimenti forti che ci si aspetterebbe da un film incentrato sulle relazioni romantiche, e così non riescono a suscitare abbastanza empatia e coinvolgimento nello spettatore.
Dal punto di vista formale, il film può sicuramente vantare una confezione elegante e accattivante, con una Grande Mela fatta anche di location meno frequentate anche se l'atmosfera si mantiene un po' fredda come tutto il resto.
Con un approccio interessante e una premessa intrigante, decostruire e analizzare il meccanismo delle storie sentimentali andando a percorrere strade meno battute, in bilico tra cinema indie e mainstream, Material Love risulta meno riuscito e convincente rispetto all'esordio della regista, che era sicuramente più sentito e personale, ma questo film può contare sulla presenza di tre fra gli interpreti più richiesti e apprezzati del momento, e quindi sicuramente su un maggiore appeal per i botteghini di tutto il mondo.