September 5-La diretta che cambiò la storia, recensione del dramma ambientato durante l'Olimpiade di Monaco
Dopo la presentazione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, arriva adesso nelle nostre sale il film September 5 - La diretta che cambiò la storia: la data del titolo si riferisce al 1972, quando a Monaco di Baviera si sta svolgendo la ventesima edizione delle Olimpiadi; nelle prime ore del mattino del cinque settembre, mentre ci si prepara a quella che dovrebbe essere una giornata tranquilla e pressoché priva di competizioni degne di nota (tanto che alcuni reporter si sono presi una giornata di vacanza), qualcuno comincia a sentire il rumore di spari in lontananza: in breve tempo si viene a sapere che un gruppo di terroristi armati si è introdotto all'interno del villaggio olimpico, negli appartamenti della squadra israeliana, prendendo in ostaggio alcuni atleti e allenatori. I membri della troupe della statunitense ABC Sports in trasferta a Monaco (all'epoca prima emittente a trasmettere per intero e in diretta le Olimpiadi) capiscono di trovarsi di fronte a un evento di colossale importanza e decidono così di mettere da parte gare e medaglie per raccontare in tempo reale il dramma di cronaca in corso; tra le figure centrali dell'operazione ci sono il dirigente Roone Arledge (Peter Sarsgaard), il responsabile delle operazioni Marvin Bader (Ben Chaplin) e il giovane produttore Geoffrey Mason (John Magaro, visto lo scorso anno in Past Lives, di recente anche nella serie The Agency).
September 5 è diretto dal regista svizzero Tim Fehlbaum (che ha studiato regia proprio all'Università di Monaco), di cui abbiamo visto in home video il precedente film, il thriller di fantascienza apocalittico Tides (2021) con Iain Glen, e che qui trova forse la pellicola che potrebbe posizionarlo sulla rampa di lancio e segnare una svolta nella sua carriera; Fehlbaum, insieme ai co-autori Moritz Binder e Alex David, è attualmente anche candidato all'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, l'unica nomination ricevuta dal film.
La drammatica vicenda al centro del film era già stata raccontata dal grande e dal piccolo schermo, ad esempio in un film per la tv, 21 ore a Monaco (1976) che vedeva nel cast anche il nostro Franco Nero, nei documentari Ciò che l'occhio non vede (1973) e Un giorno a settembre (1999), premiato con l'Oscar, mentre Steven Spielberg ne ha raccontato le conseguenze nel suo Munich (2005).
Fin dai primi minuti del film ci viene ricordato come le Olimpiadi (che la nazione tedesca aveva già ospitato nella controversa edizione del 1936, nella Berlino allora sotto il regime nazista) avessero anche un sottotesto politico, con i riferimenti ancora presenti agli orrori dell'Olocausto e alle tensioni fra tedeschi ed ebrei, che si percepiscono in alcuni momenti anche tra i componenti della troupe, fra cui troviamo anche la traduttrice tedesca Marianne (Leonie Benesch, la protagonista del film La sala professori) e il franco-algerino Jacques (Zinedine Soualem, che ricordiamo in Giù al nord); da quando ha inizio l'assalto, comunque, la sceneggiatura non entra nel merito delle questioni politiche (nonostante esca in un periodo storico particolarmente "caldo" in quel senso), ma si focalizza soprattutto sui dubbi etici e morali dei reporter: quanto sia legittimo mostrare al pubblico in situazioni del genere e dove, invece, sia necessario fare un passo indietro nei doveri di cronaca, o se lasciar prevalere l'urgenza di raccontare i fatti sulla necessità di verificare e confermare le notizie, tra suspense, momenti di trionfo, seguiti da preoccupazione e sgomento.
Fehlbaum realizza un film dallo stile quasi documentaristico, sia nei movimenti di macchina che nell'estetica delle immagini, con una fotografia sgranata e dai toni freddi; grazie a un accurato lavoro di ricostruzione, troviamo una grande attenzione ai dettagli, soprattutto nel mostrare gli aspetti tecnici che comportava una messa in onda televisiva: in un'epoca in cui siamo abituati ad avere un accesso costante a foto e video, e di conseguenza alla condivisione istantanea e globale, il film ci ricorda alcuni limiti e ostacoli dettati dai tempi (il ricorso a ricetrasmittenti e telefoni pubblici, la necessità di trafugare le bobine di pellicola, per fare qualche esempio) ma contemporaneamente esalta anche la tensione, l'ingegno e la tenacia che trascendono questi aspetti, mostrando come creare e raccontare una storia emotivamente avvincente sia una qualità senza tempo.
Un altro elemento interessante ed efficace del film è il modo in cui integra scene di fiction a veri filmati d'archivio, in particolar modo i segmenti che mostrano Jim McKay, famoso giornalista sportivo che si ritrovò, in onda per quattordici ore senza sosta, a gestire la diretta con grande competenza.
Il film però si concentra per lo più su quelle figure che operano dietro le quinte e che solitamente rimangono lontano dai riflettori, ma che tengono le redini di un evento che, come dice un personaggio, fa la storia del giornalismo televisivo, trasformando la cronaca nera in caso anche mediatico; non manca anche qualche momento di confronto e scontro interno, per esempio tra i veterani come Arledge e Bader e il più acerbo Mason, in quel momento al suo primo incarico importante.
September 5 - La diretta che cambiò la storia è un esempio riuscito di film sul giornalismo televisivo, che pur raccontando una vicenda già ampiamente nota, con una scrittura e un montaggio secchi e rapidi, e un cast valido e bene assortito, riesce a mantenere alta la tensione e anche a coinvolgere emotivamente lo spettatore per tutta la sua durata.