Venezia 82 - Il Maestro, la recensione del film con Pierfrancesco Favino
Dopo titoli come La Grazia di Paolo Sorrentino [RECENSIONE] e Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi, alla 82a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia arriva un nuovo titolo italiano, stavolta presentato Fuori Concorso. Si tratta de Il maestro, pellicola diretta da Andrea Di Stefano che vede come protagonista Pierfrancesco Favino. La trama è presto detta: siamo nel cuore degli anni Ottanta e il giovanissimo Felice (Tiziano Menichelli) è un giocatore di tennis, "addestrato" dal padre a giocare in difesa, che ha appena scalato la classifica dei campionati regionali ed è pronto (ma lo è davvero?) a fare il grande salto per cominciare a giocare i nazionali. Viene così affiancato a Raul Gatti (Favino), ex giocatore di tennis dal grande talento ma dalla carriera conclusa in modo brusco e inaspettato. Raul, che ha l'anima del seduttore e sembra non prendere niente sul serio, è alle prese con i pesi che gli ha lasciato il suo passato, che nasconde sotto due spessi polsini da tennista. Felice, intanto, non riesce a recuperare i risultati ottenuti alle regionali e sembra non fidarsi del suo nuovo allenatore, con il quale parte all'inseguimento di tornei che possano incoronare il suo talento.
Il maestro è un film a suo modo canonico, che segue quasi pedissequamente le tappe del racconto di formazione. Il protagonista è un ragazzino cresciuto all'ombra dell'ambizione del padre: un padre a suo modo generoso, che davvero vuole il bene del figlio e che pure è cieco davanti a determinati elementi che potrebbero cambiare non tanto la vita di Felice, quanto il suo modo di giocare e di rapportarsi al tennis. Felice, dunque, è una sorta di "burattino", un giocatore-robot che non gioca più per divertirsi, ma insegue la vittoria soprattutto per non deludere il padre. Questo, però, confina la sua libertà, le sue emozioni e lo rende quasi del tutto incapace di conoscere se stesso fuori dagli appunti presi dal pedante genitore. Raul, quindi, rappresenta il punto di rottura di questi schemi, la scheggia impazzita che obbliga Felice a mettere in discussione tutte le sue certezze, in quel momento che ben simboleggia la fine dell'infanzia in nome di una crescita costante, spaventosa ma anche necessaria. Raul, dal canto suo, è un uomo che ha perso tutto e che è arrivato vicino a perdere davvero ogni cosa, compreso se stesso. Un uomo smarrito, fragile e ferito, che nasconde lacrime e paure dietro occhiali da sole, dietro sorrisi forzati e un atteggiamento fin troppo sicuro di sé. Tuttavia, man mano che la storia procede, i due personaggi cambiano poco a poco: Raul piange più liberamente, Felice comincia a vivere una vita diversa, anche se l'ombra della delusione paterna incombe su ogni suo passo. E questi due personaggi, che sono così simili nell'essere non funzionali a come li vuole la società, finiranno con l'incontrarsi a metà strada, con il riconoscersi proprio attraverso le crepe che compongono il reticolo dei loro fallimenti.
Ed è proprio il fallimento uno degli elementi più interessanti della sceneggiatura. Quando il film comincia, Felice è raffigurato come un talento, una specie di bambino prodigio che non perde mai e che ha davanti a sé solo una carriera facile e splendida. Tuttavia, non appena inizia il tour dei tornei nazionali, la sua carriera vira, le sconfitte arrivano all'ordine del giorno e quel brillante futuro sembra più lontano che mai. Eppure, in modo quasi paradossale, è proprio mentre affronta i mari tumultuosi di un possibile fallimento che Felice ritrova se stesso, la sua età, la spensieratezza di un'infanzia mai vissuta veramente e di un gioco che ha smesso di esserlo troppo presto, per trasformarsi invece in una corsa contro l'avversario e contro le aspettative del padre. In questo senso Il maestro sembra quasi voler invitare i suoi spettatori a rallentare, a prendersi il proprio tempo e a non dimenticare, per parafrasare una nota canzone anglofona, che la regola numero uno, nel gioco, è sempre quella di divertirsi. In un contesto sociale e culturale come quello attuale, in cui siamo sempre di corsa, l'invito a non aver paura della sconfitta, della pausa e della noia appare come qualcosa di molto prezioso. Qualcosa da voler difendere. E il personaggio di Raul fa da contraltare a questa "parabola": lui è quello che ha provato a inseguire il sogno, a giocare secondo le regole imposte da un mondo sempre assetato di vittoria. E quel mondo lo ha eroso dentro, ha spezzato qualcosa dentro di lui, trasformandolo quasi in una premonizione. Come a voler dire a Felice che, se non cambia passo, finirà proprio come quell'uomo scanzonato e struggente, che non ha più nulla se non qualche oggetto chiuso in una vecchia auto piena di ricordi. Il maestro non è un film memorabile e pecca a volte di una recitazione quasi televisiva e di una tendenza a voler dire troppe cose in troppo poco tempo, con personaggi pressoché inutili: eppure resta preziosa questa riflessione sul tempo che corre via e sul fatto che l'unico modo che abbiamo per rallentarlo è essere felici mentre facciamo ciò che amiamo.