Qui non è Hollywood, la serie più controversa della Festa del Cinema di Roma
Qui non è Hollywood è il "sottotitolo" che appare accanto al titolo della serie in arrivo su Disney+ e presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Un sottotitolo che serve anche a svelare un po' l'anima di Avetrana, un prodotto seriale destinato a far parlare di sé. Diretto da Pippo Mezzapesa e tratto dal libro Sarah - La ragazza di Avetrana di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, Qui non è Hollywood è la serie che racconta il terribile omicidio di Sarah Scazzi avvenuto in una torrida giornata di agosto in un piccolo paese della provincia pugliese. Una delle pagine più nere e sconvolgenti della cronaca italiana degli anni Duemila, che ha sconvolto il Bel Paese anche a causa delle dinamiche in cui è stato ritrovato il corpo della giovane quindicenne scomparsa il 26 agosto 2010.
Sarah (Federica Pala) è una quindicenne che vorrebbe essere vista, che vorrebbe essere amata. Una ragazzina che non va d'accordo con la madre Concetta (Imma Villa) e che trova rifugio in casa della zia Cosima (Vanessa Scalera) e nell'amicizia con la cugina più grande, Sabrina (Giulia Perulli). Quest'ultima è innamorata di Ivano (Giancarlo Commare) al punto da esserne ossessionata, con il desiderio anche lei di essere vista, di essere amata al di là della forma del suo corpo, che non corrisponde a quella che la società accetta e vuole. Nell'arco di qualche giorno, mentre Sarah entra nella "comitiva" della cugina, cominceranno a venire a galla rancori, paure e rabbie sopite, che porteranno poi all'omicidio che per un po' aveva visto come sospettato lo zio di Sarah, Michele Misseri (Paolo De Vita).
Qui non è Hollywood. Una scritta in nero che campeggia sul muro di una villetta familiare. Un ammonimento fatto di inchiostro e rabbia che guarda direttamente lo spettatore e quasi lo invita a rispondere del suo bisogno di voyeurismo, di quell'interesse verso il true crime che lo spinge a seguire, in modo quasi ossessivo, ogni angolo in cui si annida il male e la violenza, la crudeltà e la follia. E l'aspetto più interessante di Qui non è Hollywood è il fatto di rappresentare una sorta di corto circuito narrativo. Da una parte la serie sembra voler puntare il dito contro gli "avvoltoi" del dolore, contro quelli che attendono di vedere l'apparizione di un cadavere. Allo stesso tempo, però, la serie si inserisce in quello stesso insieme di prodotti che sembra voler criticare. La serie ci avvisa che non stiamo guardando un film, che non siamo a Hollywood: eppure l'artificio della messa in scena è in qualche modo evidente. Stiamo guardando la versione fittizia della verità e continuiamo a guardare, senza sapere perché questa oscurità ci chiama, perché rimaniamo a guardare il punto in cui una vita è stata brutalmente spezzata. C'è da dire però che Qui non è Hollywood, che promette di essere una serie controversa e piena di polemiche, decide saggiamente di non sguazzare nella prostituzione del dolore. Non incarta ricatti emotivi, non spinge sulla sensibilità, non percorre la strada semplice. Anzi. In qualche modo è disturbante, fastidiosa, e ti costringe a guardare cose su cui non avevi mai pensato. La serie, infatti, si concentra soprattutto sul lato umano dei suoi (veri) protagonisti. Ed ecco che Sarah non è solo la ragazzina bionda dal sorriso angelico, la cui vita è stata distrutta troppo presto e dalle persone a cui voleva bene. Sarah si fa in qualche modo anche carnefice e la sua ingenuità adolescenziale diventa quasi il preambolo della tragedia che la colpirà. E mentre si guarda la serie e si provano questi sentimenti, quasi accusandosi di fare victim blaming, ci si sente sbagliati, ci si sente orribili. Eppure la morte non rende necessariamente migliori. Né le persone problematiche, imperfette, in fieri, meritano di morire. Una realtà così scontata da essere spesso ignorata: ed è proprio in questo corto circuito di sentimenti (quelli che si provano e quelli che si vorrebbero provare) che Qui non è Hollywood trova il suo punto più alto.
Pippo Mezzapesa non vuole raccontare il crimine, non vuole raccontare l'orrore. Vuole raccontare l'individualità dei suoi personaggi principali e cerca di rimanerne fuori, di osservare senza (troppo) giudicare: ecco che Sarah non è solo un angelo caduto e Sabrina non è solo un'assassina. In questo senso viene fuori il ritratto, forse appena stereotipato, della provincia del profondo sud in cui sembra non esserci nessuna via di fuga, in cui la vita è un susseguirsi di giorni sempre uguali a se stessi, dove il futuro sembra un miraggio impossibile e l'opinione delle persone l'unico metro di giudizio davvero importante. Il vero punto di forza di Qui non è Hollywood è senza dubbio il suo cast artistico, davvero eccezionale. In particolare Giulia Perulli è senza dubbio una giovane attrice che potrebbe dare molto se non moltissimo al cinema italiano dei prossimi anni. Qui non è Hollywood è un prodotto davvero ben realizzato, che ha una sua voce. Rimane però il dubbio se ci fosse davvero bisogno di una serie che raccontasse (già) questo fatto di cronaca.