Paul Mescal come William Shakespeare in Hamnet di Chloé Zhao

Hamnet - Nel nome del Figlio

Hamnet
Hamnet - Nel nome del Figlio - Poster
Film | 2025 | Regno Unito | 125 minuti
La storia mai rivelata che ha ispirato il più grande capolavoro di Shakespeare: l'Amleto.
Uscito al cinema
Hamnet - Nel nome del Figlio

★ voto medio: 7 /10
(1 voto)
gradimento del pubblico: 70%
Vincitore di 2 premi Golden Globe
Candidato a 8 premi Oscar Candidato a 5 premi Golden Globe

Trama

Inghilterra, 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero e, affascinati l'uno dall'altra, iniziano un'appassionata relazione che li porterà al matrimonio e alla nascita di tre figli. Mentre Will persegue una promettente carriera teatrale nella lontana Londra, Agnes da sola si occupa della sfera domestica. Di fronte ad una tragedia che li colpisce, il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova, ma la loro esperienza condivisa pone le basi per la creazione del più grande capolavoro di Shakespeare, Amleto. 
Un racconto narrato con grande sensibilità e magnificamente realizzato, sulla complessità dell'amore e sul potere curativo dell'arte e della creatività.

Info Tecniche

Titolo italiano: Hamnet - Nel nome del Figlio
Titolo originale: Hamnet
Uscite in Italia: 5 Febbraio 2026 al Cinema
Uscita al Cinema in Italia:
Distribuzione: Universal Pictures Italy
Date uscita internazionali: Venerdì 9 Gennaio 2026 - Regno Unito
Durata: 125 minuti
Formato: Colore
Genere: Drammatico, Storico, Biografico
Lingua: inglese
Nazione: Regno Unito
Produzione: Focus Features
Soggetto: Basato sul romanzo 'Nel nome del figlio. Hamnet' di Maggie O'Farrell.

Cast

Fotografia: Łukasz Żal
Montaggio: Affonso Gonçalves
Musiche: Max Richter
Scenografia: Fiona Crombie

Cast e Ruoli:

Altro cast:
Sound designer: Johnnie Burn (amps, cas, mpse).
Hair & Make-up Designer: Nicole Stafford.

Produzione: Liza Marshall (Produzione), Pippa Harris (Produzione), Nicolas Gonda (Produzione), Sam Mendes (Produzione), Steven Spielberg (Produzione), Kristie Macosko Krieger (Produzione esecutiva), Laurie Borg (Produzione esecutiva), Chloé Zhao (Produzione esecutiva).

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Note di Produzione

Dentro La Storia

Con film così ricchi di sfumature, sensibili e profondi come The Rider del 2017 e il dramma premio Oscar Nomadland del 2020, la sceneggiatrice e regista Chloé Zhao si è guadagnata la reputazione di una delle filmmaker più talentuose della sua generazione. Ora, come sceneggiatrice, produttrice, regista e montatrice, apporta il suo approccio visionario in HAMNET. Nel nome del figlio. Il film è incentrato sul matrimonio tra Agnes e William Shakespeare, e mostra i risvolti drammatici che coinvolgono il figlio della coppia, Hamnet, che alla fine avrebbero ispirato la creazione dell'intramontabile capolavoro del Bardo, Amleto.
Il film nasce dalle pagine dell'acclamato ottavo romanzo di Maggie O'Farrell, 'Nel nome del figlio. Hamnet', vincitore del National Book Critics Circle Award, del Women's Prize for Fiction e citato tra le cinque migliori opere di narrativa del 2020 dalla New York Times Book Review. Per la O'Farrell, questa era la storia che sperava di raccontare da quasi trent'anni, dopo aver scoperto dettagli mai rivelati della vita familiare di Shakespeare, in particolare la scomparsa del suo unico figlio Hamnet, morto di peste a soli 11 anni.
"Ho sempre trovato molto ingiusto nei confronti di questo ragazzino il fatto che nessuno avesse mai collegato il suo nome –Hamnet-  all'opera teatrale scritta quattro o cinque anni dopo, intitolata Amleto", afferma la O'Farrell. "Questo bambino aveva un ruolo marginale, una nota a piè di pagina nella storia del suo famosissimo padre. Quindi, l'impulso che mi ha spinto a scrivere il libro è stato proprio quello di metterlo in evidenza, e far capire la sua importanza. Era amato. Senza di lui, non avremmo avuto Amleto. Dobbiamo moltissimo a questo bambino, eppure non è stato affatto menzionato".
Sebbene nel romanzo della O'Farrell gli venga dato il merito del titolo, il bambino non è il personaggio centrale della storia. Questo ruolo spetta invece ad Agnes (che la O'Farrell chiama con il nome che le è stato dato alla nascita, pronunciato Ann-yis, anziché con il più familiare Anne). L'esperta falconiera, raccoglitrice di cibo e guaritrice, è selvaggia come il paesaggio lussureggiante e verdeggiante che circonda la sua casa. Il suo forte legame con il mondo naturale rasenta il mistico, e il suo atteggiamento selvaggio e anticonformista attrae immediatamente Will, che nutre anche sentimenti di ribellione verso il padre autoritario e le rigide convenzioni della società di fine XVI° secolo.
Insieme, formano una coppia formidabile, le cui passioni sono in sintonia per gran parte dei primi anni del loro matrimonio. Ma il loro legame inizia a logorarsi quando Will, incoraggiato da Agnes, insegue i suoi sogni di espressione creativa. I suoi soggiorni dalla loro casa di Stratford-Upon-Avon a Londra per lavorare in teatro sono la sua linfa vitale, cosa che sua moglie capisce fin troppo bene, ma la sua assenza è profondamente sentita dalla sua famiglia, in particolare dal piccolo Hamnet. Agnes usa le sue doti per creare una bella casa per il ragazzino e le sue due sorelle, Susanna e Judith, sebbene alcune azioni si dimostrino incontenibili da tenere a bada persino per una madre ferocemente protettiva.
Dopo l'improvvisa malattia e la scomparsa di Hamnet, la famiglia è sconvolta dalla perdita, ma Agnes deve rimanere salda nel suo impegno verso le figlie e il marito. Tuttavia, la coppia fatica a superare la tragedia e a trovare un percorso verso il perdono, l'accettazione e la realizzazione. Agnes si immerge nella natura, mentre Will riversa il suo dolore in un'opera teatrale che sarebbe sopravvissuta nei secoli, Amleto (che, nel XVI secolo era una variante comune del nome di suo figlio), che racconta la storia di un principe adolescente che sopravvive al padre assassinato. Entrambi trovano una sorta di catarsi nella creatività e nell'immaginazione, dando un senso alla sofferenza vissuta.
La trasposizione cinematografica di "Nel nome del figlio. HAMNET" è iniziata quando la fondatrice e produttrice della Hera Pictures, Liza Marshall, ha ricevuto una copia in anteprima del libro nel novembre 2019, diversi mesi prima della sua pubblicazione del marzo 2020. "Avendo letto tutti i romanzi precedenti di Maggie O'Farrell e essendo una sua grande fan, ho letto l'intero libro in una sola notte e me ne sono completamente innamorata", ricorda la Marshall. "Era un testo straordinario e commovente".
Dopo essersi assicurata i diritti per l'adattamento del romanzo, la Marshall ha finito per collaborare con Pippa Harris della Neal Street Productions (1917) e a Nicolas Gonda di Book of Shadows (Knight of Cups) per il progetto. Anche la Harris, che aveva letto il romanzo della O'Farrell, l'ha trovato meticolosamente documentato e incredibilmente commovente. Il socio di produzione della Harris, il regista premio Oscar Sam Mendes, ha apposto la firma per la produzione del film. A loro si è unita la Amblin Entertainment di Steven Spielberg, con cui la Neal Street aveva realizzato l'acclamato dramma sulla Prima Guerra Mondiale, 1917. Così, anche la leggenda dell'industria cinematografica ha accettato di partecipare alla produzione del film.

Per i produttori era centrale trovare il regista giusto per prendere le redini del progetto: il requisito principale era la capacità di cogliere la natura ellittica della scrittura della O'Farrell e la natura non convenzionale della sua eroina. Tutti concordarono sul fatto che la sceneggiatrice e regista Chloé Zhao, nata in Cina e cresciuta in Gran Bretagna, con il suo impeccabile curriculum artistico, fosse la candidata ideale. "Liza, Pippa, Steven ed io eravamo convinti che Chloé fosse la regista perfetta per questo materiale. Non solo ha un approccio cinematografico del tutto unico, ma è anche una delle anime più empatiche che abbia mai incontrato. La sua stretta collaborazione con Jessie, Paul e il resto del cast ha permesso loro di emergere come attori in modi straordinari, e di realizzare un film che combina crudezza e delicatezza come non avevo mai visto prima", racconta Mendes.
"La splendida e memorabile narrazione del romanzo best-seller di Maggie O'Farrell meritava di essere portata sullo schermo da un regista che ne proteggesse l'integrità e dimostrasse una comprensione intuitiva del viaggio emotivo e complesso che i personaggi – e il pubblico – intraprendono nel corso della storia. Conoscevo solo un regista che avrebbe portato "Nel nome del figlio. Hamnet" sullo schermo con tanta cura e compassione: Chloé Zhao", aggiunge Spielberg. "Nell'adattare il romanzo con Maggie, l'innata umanità di Chloé, il suo infallibile senso narrativo e il dono di ottenere interpretazioni straordinarie permeano ogni fotogramma di Hamnet. Nel nome del figlio".
Prima donna asiatica a vincere il premio per la Miglior Regia agli Academy Awards per Nomadland - che si è aggiudicato anche l'Oscar per il Miglior Film - la Zhao si è guadagnata il plauso per i suoi film, spesso interpretati da attori non professionisti, che raccontano storie visivamente accattivanti, e che interrogano con grande sensibilità e intuizione la condizione delle persone ai margini della società.
"Chloé ha il raro dono di distillare le storie fino alla loro essenza più pura, svelandone l'anima", afferma il produttore Gonda. "Non si limita a guardare la superficie di una storia: vuole capire cosa pulsa al di sotto di essa. Con una figura iconica e inconoscibile come Shakespeare, ci voleva qualcuno con la particolare sensibilità e curiosità di Chloé per scoprire non solo i fatti, ma anche le verità emotive che si nascondono tra di essi".
La O'Farrell era entusiasta della scelta. "Nella gran parte del suo lavoro, Chloé intrattiene un dialogo molto interessante con l'arte e l'autenticità, con il rapporto tra le due e con il modo in cui convergono e si separano", afferma. "Il film parla del perché abbiamo bisogno dell'arte, del perché la creiamo, da dove proviene, da dove viene attinta nella nostra anima".
Quando alla Zhao è stato presentato il romanzo, ha immediatamente sentito una connessione a livello spirituale. "L'ho trovato molto coinvolgente", dice. "È stata un'esperienza molto viscerale. Un'esperienza molto poetica. Mi è sembrato di leggere una poesia, che è il tipo di linguaggio cinematografico che amo. Come filmmaker, mentre lo leggevo, vedevo immagini che si sommavano ritmicamente. Ho percepito in questo libro una pulsazione cardiaca che corrispondeva al ritmo del mio cuore da filmmaker, e inoltre, ho adorato la storia. Sono sempre alla ricerca di storie che siano allo stesso tempo molto, molto specifiche e universali, e questo libro lo è davvero.
Ero anche molto entusiasta dei temi che accarezza la storia come la morte, l'impermanenza e il dolore, e come la creatività e l'immaginazione possano dare un senso alle inevitabili sofferenze che attraversiamo nella vita", continua la Zhao. "Un materiale di partenza come questo, è oro colato".
Non voleva solo dirigere il film: voleva anche scriverne la sceneggiatura, insieme alla O'Farrell. Ha cercato di liberarsi dei tipici orpelli soffocanti di un dramma in costume per creare invece un film sull'amore, la perdita e il potere curativo della grande arte, qualcosa di viscerale, crudo e riconoscibile. "Maggie si è immersa così tanto [in questo mondo] da incarnare tutti questi personaggi, quindi collaborare con lei è stato fondamentale per poter trarre ispirazione dal mondo autentico e dai personaggi che ho creato", afferma la Zhao. "Per me non c'erano dubbi, dovevo farlo. E poi, è una scrittrice incredibile. Siamo state delle vere partner".
L'intenzione della Zhao di tradurre fedelmente sullo schermo lo spirito dell'acclamata opera di narrativa storica della O'Farrell, era presente fin dalle prime conversazioni tra le due: il film è sempre stato concepito per essere un'opera che gli appassionati del romanzo avrebbero potuto apprezzare pienamente. Sebbene l'autrice fosse entusiasta che HAMNET. Nel nome del figlio potesse essere così fedele al suo romanzo, la O'Farrell ammette di aver provato una certa trepidazione all'idea di ricostruire la storia per il cinema, e di essere stata felice di scoprire la sceneggiatrice che è in lei.
"So come mettere su carta una narrazione, e so come costruire la trama di un romanzo: è il mio lavoro e ciò che mi sta a cuore", afferma. "Ma non avevo mai scritto per il grande schermo e non ero sicura di poterlo fare. La meccanica narrativa è diversa, il linguaggio è diverso e, naturalmente, il linguaggio visivo è diverso. Qualcosa che appare sulla pagina come un pensiero interiore, come sceneggiatrice devi esprimerlo attraverso il linguaggio visivo o il dialogo vero e proprio. È stato un esercizio davvero interessante".
Nonostante lavorassero in zone temporali diverse, la chiara visione della Zhao per la cronologia della narrazione e per i suoi personaggi ha contribuito a dare impulso al processo di scrittura. La regista inviava spesso messaggi WhatsApp alla sua partner di sceneggiatura, che la aiutavano a trovare ispirazione per revisioni e riscritture dello script; man mano che si scambiavano le pagine, HAMNET. Nel nome del figlio ha iniziato a prendere la sua forma definitiva.
"Volevo che il pubblico si identificasse con questi personaggi", aggiunge la regista. "Volevo cercare di aprire i cuori degli spettatori, di ammorbidirli affinché potessero percepire le emozioni che provano questi personaggi. Una volta che si lasceranno trasportare dall'onda insieme a noi, ai nostri personaggi, allora avranno anche loro la possibilità di sperimentare una catarsi. Questo è sempre l'obiettivo creativo dei miei film. Una volta attraversata quella catarsi, gli spettatori, come questi personaggi, troveranno un senso in queste difficili situazioni della vita e, si spera, si completeranno attraverso l'esperienza della visione del film".

La Costruzione Dei Personaggi: Il Casting Del Film

Prima ancora che la sceneggiatura fosse completata, la Zhao aveva già le idee chiare sugli attori che avrebbero potuto interpretare i ruoli principali, estremamente impegnativi, di HAMNET. Nel nome del figlio. Di fatto, aveva incontrato informalmente due di loro al Telluride Film Festival del 2022. Quell'anno, gli interpreti irlandesi Jessie Buckley e Paul Mescal avevano raggiunto le montagne del Colorado, per promuovere un proprio film. Per la Buckley, si trattava del dramma Women Talking – Il diritto di scegliere, su una comunità mennonita dilaniata da violenze sessuali. Per Mescal, il toccante dramma padre-figlia Aftersun.
"Fin dall'inizio, Jessie è stata l'attrice che Chloé aveva in mente, e in definitiva, quando appare sullo schermo, non riesci a immaginare nessun' altra per quella parte", dice la produttrice Pippa Harris del personaggio, così profondamente radicato nella natura e nel misticismo. "Incarna Agnes. Ha molto del suo carattere dentro di sé. Ama la natura selvaggia. È una ragazza selvaggia, nel senso che è profondamente in sintonia con la natura. È leggermente mistica. Crede nell'anima e negli spiriti, ed è una persona molto premurosa: credo che questo traspaia sullo schermo".
Aggiunge la Zhao: "Avendo perso la madre in giovane età, Agnes è cresciuta con la matrigna, quindi è un po' come la figliastra di una 'strega della foresta' e di una persona perbene che va in chiesa: è intrappolata tra le donne che corrono coi lupi e la giovane donna nel castello di Barbablù. Jessie, oltre a essere un'attrice brillante e profondamente autentica, ha dentro di sé queste due energie in contrasto tra loro: la cacciatrice e la domatrice di animali. Si percepisce che ribollono in lei. 
Avevamo bisogno di un'artista che non avesse paura di attingere dalle forze archetipiche, che fosse disposta ad impegnarsi fisicamente, psicologicamente ed emotivamente, perché questo personaggio richiedeva tutto ciò. E lei si è resa disponibile a fare molto del lavoro profondo e inconscio".
La Buckley aveva il talento innato e la versatilità per rendere Agnes una presenza cinematografica davvero avvincente e poliedrica. Ha ottenuto un ruolo di grande successo nei panni di una madre single di Glasgow che insegue senza paura il suo sogno di diventare una cantante country-and-western in A proposito di Rose del 2019. Due anni dopo, ha ottenuto una nomination all'Oscar nell'adattamento letterario di Elena Ferrante ad opera di Maggie Gyllenhaal, La figlia perduta; nel 2022, ha raccolto numerosi riconoscimenti per la sua avvincente interpretazione in Women Talking – il diritto di scegliere
In televisione, si è guadagnata il plauso per le sue interpretazioni in produzioni come "Chernobyl" e "Fargo"; nel 2023, ha vinto un Olivier Award per la sua interpretazione di Sally Bowles nella produzione del West End di "Cabaret".
Dal canto suo, la Buckley ha accolto positivamente sia la storia di HAMNET. Nel nome del figlio che il personaggio di Agnes. Quando ha letto il romanzo per la prima volta, lo ha divorato, totalmente assorbita dal mondo creato dalla O'Farrell e dalla figura magnetica al suo centro. In seguito, quando ha ricevuto la sceneggiatura del film, si è commossa fino alle lacrime. "Ho pensato: questa è la donna che stavo cercando", dice l'attrice. "È una donna libera, spensierata, profondamente curiosa, una specie di whisky di segale, maliziosa, affamata, con un'anima bellissima. La adoro. È una di quelle persone che vorrei come migliore amica".
Per sviluppare il suo approccio al personaggio, la Buckley ha iniziato a scrivere un diario, che l'ha aiutata a evocare la poesia insita nel mondo di Agnes, fatto di alberi, erbe e piante. Il legame del personaggio con la foresta risale ai suoi primi ricordi d'infanzia, essendo l'unica figlia di una mistica che conosceva a sua volta le complessità della natura, e da molti nella regione era considerata una strega. Etichettata come un'emarginata per i suoi modi anticonformisti, Agnes è amata e accettata incondizionatamente solo dal fratello Bartholomew, finché non incontra Will. "Certamente, è considerata un po' un'estranea nella sua vita, e trova conforto e sollievo in questa foresta", afferma la Buckley.
L'attrice ha continuato a sviluppare il personaggio attraverso le conversazioni con la Zhao; si sono scambiate canzoni, brani scritti e immagini che parlavano di vari aspetti dell'identità di Agnes. "Lavorare con Chloé mi ha davvero cambiato la vita", afferma la Buckley. "È una regista così sensibile, istintiva e curiosa, e anche profondamente umana. Mi ha invitato a condividere il suo modo di lavorare e mi ha incoraggiata a seguire il suo percorso fin dal primo giorno. Abbiamo creato qualcosa insieme, e per me è stato un vero dono. Non credo di aver mai avuto questa profondità e questo livello di complicità e collaborazione in un progetto. Da lei trasuda semplicemente poesia".
Nei panni di Will, Mescal ha dovuto affrontare la non invidiabile sfida di umanizzare un'icona letteraria. "Per centinaia di anni, abbiamo messo Shakespeare su un piedistallo, eppure deve aver avuto tanti impulsi complessi dentro di sé, per scrivere ciò che appare sulle pagine", dice Mescal. "L'obiettivo era fare mio questo personaggio. Dovevo attenermi alla storia, ovviamente, ma la cosa principale su cui mi sono concentrato è stata la sua opera. L'unica cosa che sappiamo per certo è che queste sono le parole che ha messo su carta. Questa è la sua esperienza vissuta. Se si scava nel significato di certi monologhi, si trovano le radici di chi è lui. È lì che ho concentrato la mia attenzione".
Da quando la sua vincente interpretazione dell'introspettivo atleta Connell nel dramma di formazione irlandese di Hulu Normal People lo ha portato alla ribalta, Mescal ha interpretato una serie di uomini forti ma sensibili in film come Estranei, Aftersun, per il quale ha ottenuto una nomination all'Oscar , e l'epico Il Gladiatore II di Ridley Scott, in cui ha interpretato il nobile guerriero romano, Lucio. Il suo ritratto di Stanley Kowalski in un revival di "Un tram che si chiama Desiderio", poi allestito al West End e a Broadway, gli è valso il Laurence Olivier Award come Miglior Attore. 
"È un uomo gentile, sensibile e dotato di una forza gigantesca", afferma entusiasta la Buckley. "La fiducia che avevamo l'una per l'altro come attori, ci ha permesso di cambiare completamente pelle e di aprire il nostro cuore".
Studiare le parole di Shakespeare e poi infondere la sua particolare energia al ruolo, ha aiutato Mescal a creare un personaggio che risultava tanto reale quanto riconoscibile: "È assolutamente credibile come scrittore e studioso, nonché come qualcuno che sa inventare storie straordinarie", afferma la Harris. "In più ha una presenza molto muscolosa sullo schermo, cosa che forse non corrisponde all'immagine che comunemente si ha di Shakespeare. Quando si pensa a Shakespeare, lo si immagina come una figura più slanciata ed eterea. Paul invece è un personaggio piuttosto forte".
Will di HAMNET. Nel nome del figlio ha bisogno di quella forza per sopravvivere alla sua educazione. Figlio maggiore di John, un padre severo e violento, guantaio di professione, e di Mary Arden, una madre religiosa, Will cresce a Stratford-Upon-Avon in una casa di Henley Street: lo stesso luogo in cui Agnes, incinta e nubile, arriva per annunciare la sua condizione, e Will confessa ai suoi genitori di essere il padre del bambino. La notizia è un grande shock, in particolare per Mary, interpretata dalla due volte candidata all'Oscar , Emily Watson.
"Mary è furiosa anche perché è terrorizzata dalla notizia. Agnes rappresenta tutto ciò che è pericoloso", spiega la Watson. "A quell'epoca, tutto ciò che esula dalla religione è pericoloso. Non è questo il piano che aveva in mente. Quando Will era piccolo a Stratford girava la peste, e Mary viveva con lui in una sorta di isolamento in casa, per preservarlo dal contagio. Credo che sia nato un legame incredibilmente intenso tra madre e figlio, indipendentemente da come si evolve il loro rapporto nel tempo".
Sebbene inizialmente Mary provi risentimento per la presenza di Agnes in casa, alla fine diventa un'alleata importante per sua nuora. La Watson osserva che la donna "è completamente conquistata da Agnes. È una persona che vive la vita nel presente in uno stato di meraviglia, che vuole conoscere realmente le persone toccandole, ed è spesso esuberante e piena d'amore. È molto difficile resisterle".
Per la Watson il ruolo è stato speciale per parecchie ragioni. Le ha permesso di riunirsi con il produttore Spielberg, con cui aveva lavorato in War Horse del 2011, e con la Buckley e Mescal. Aveva già lavorato con la Buckley nella miniserie Chernobyl, dopo aver incontrato e stretto amicizia con l'attrice anni prima grazie ad un programma di mentoring BAFTA, e aveva interpretato la madre del figlio di Mescal nel dramma del 2022 Creature di Dio. Inoltre, HAMNET. Nel nome del figlio è stato in un certo senso il culmine di un rapporto durato una vita con il Bardo, avendo la Watson scoperto Shakespeare in tenera età.
"Mia madre era una vera patita di Shakespeare, e mi portava ad assistere alle sue pièce quando avevo otto, nove, dieci anni", racconta la Watson. "Quando sono diventata attrice, il mio primo lavoro è stato alla Royal Shakespeare Company, dove ho incontrato mio marito, nato a Stratford upon Avon. Quindi, ho un legame personale con questa storia. Tocca la mia vita in molti modi. Shakespeare mi ha in un certo senso salvata. È stato grazie a lui che ho iniziato la mia carriera di attrice, trovando la mia strada nella vita".
Per interpretare John, i realizzatori si sono rivolti all'attore di teatro e cinema candidato al Tony Award David Wilmot (Il prodigio). L'attore irlandese, che è arrivato alla produzione grazie alla responsabile casting Nina Gold (Conclave, The Crown), ha seguito dei corsi di guantaio per prepararsi al ruolo, in modo da comprendere meglio come usare gli strumenti del mestiere di John Shakespeare. Tuttavia, a suo dire, la chiave del ruolo era un'altra. "La cosa più importante che dovevo fare, era essere un'influenza tossica in casa", dice Wilmot. "John nella storia è un alcolizzato, la sua vita sta andando a rotoli. È indebitato. È un po' un disastro. Era importante mostrare che era ancora capace di amare, certo, ma che era anche un padre violento".
In assenza di Will, nei momenti di crisi Agnes evita John e si rivolge invece a suo fratello minore Bartholomew. Interpretato da Joe Alwyn (Harriet, The Brutalist), il contadino offre alla sorella il suo amore e il suo sostegno in modo incondizionato. "Sono molto legati, malgrado non stiano sempre insieme", dice Alwyn. "In qualche modo sono stati quasi forgiati insieme, fuori dal mondo, nella foresta. Bartholomew è incredibilmente protettivo nei suoi confronti, ma è consapevole della forza della sorella, tanto da non ostacolare le sue scelte. Quindi, c'è un buon equilibrio tra protezione e concessione di spazio e libertà nella crescita".
La Zhao aveva suggerito Alwyn per il personaggio e, sebbene i produttori avessero apprezzato l'idea, temevano che in qualche modo non fosse all'altezza della parte. "Come tutti noi, ho pensato che avesse fatto un lavoro straordinario, ma essendo così bello forse non sarebbe stato adatto a questo personaggio piuttosto rude", dice la Harris. "Ma i costumi e il trucco lo hanno completamente trasformato. In questo modo è credibile come contadino. La cosa cruciale nella scelta di Joe era che si doveva credere che fosse sempre presente per Agnes, che fosse il suo protettore. È la persona che lei ha avuto al suo fianco per tutta la vita, e su cui fa affidamento quando le cose vanno male".
Infine, per interpretare i figli di Agnes e Will, i realizzatori hanno scelto Bodhi Rae Breathnach per il ruolo della figlia maggiore Susanna, Olivia Lynes per quello della figlia Judith e Jacobi Jupe per il ruolo del fratello gemello nonché il protagonista, Hamnet (durante la messa in scena dell'Amleto che conclude il film, il fratello maggiore di Jacobi, Noah Jupe, interpreta il personaggio di Amleto).
"Jacobi è un ometto così intelligente e profondo che sa esattamente cosa ci si aspetta da lui, e ha la capacità di arrivare nel profondo", afferma entusiasta la Buckley. "È speciale, e mi ha toccato il cuore". Aggiunge Mescal: "È raro incontrare un attore bambino che non si lasci trasportare solo dall'impulso e dall'istinto. Lui ne ha in abbondanza di tutto ciò: ha già il talento di un attore formato, ed è stato un vero piacere lavorare con lui. È il fulcro del film, è ciò che lo motiva. Ti si spezza il cuore di fronte al suo. Niente avrebbe potuto motivare Jessie e me, più del suo faccino".

Prima dell'inizio delle riprese del film, che sono durate 46 giorni e si sono svolte in diverse location del Regno Unito, la Zhao ha programmato delle sessioni di lavoro per gli attori con Kim Gillingham, fondatrice di Creative Dreamwork, una pratica e un programma che aiuta gli artisti ad attingere al contenuto inconscio dei loro sogni per creare lavori più autentici e innovativi. Durante i suoi workshop, la Gillingham - che ha già lavorato a film di successo come Il potere del cane, Una famiglia vincente - King Richard e Pieces of a Woman - combina esercizi somatici e di respirazione in un processo che coinvolge l'interpretazione dei sogni, il tutto arricchito dalla teoria junghiana.
Per HAMNET. Nel nome del figlio, lei ha aiutato gli attori che interpretavano i membri della famiglia Shakespeare a creare legami profondi. Il giovane Jacobi Jupe ha trovato particolarmente utili gli esercizi. "Abbiamo immaginato di essere questa famiglia, e tutti parlavamo e rievocavamo ricordi di ciò che era accaduto", racconta Jupe. "Jessie e Paul si sono sentiti subito come mia madre e mio padre, e non sto scherzando. Ci siamo comportati come una vera famiglia".

La Produzione

I lettori di "Nel nome del figlio. Hamnet" di Maggie O'Farrell hanno avuto modo di conoscere la natura ipnotica della sua prosa e i vividi dettagli con cui evoca ogni aspetto della vita quotidiana della famiglia Shakespeare. A testimonianza dell'ampia ricerca che ha svolto prima di scrivere il romanzo, l'autrice descrive gli strumenti del laboratorio di John, l'aroma terroso del giardino di Agnes, il fruscio delle penne di Will sulla pergamena.
La regista Chloé Zhao si è impegnata a catturare lo stesso livello di autenticità dei dettagli sullo schermo, e ha collaborato con artigiani esperti per garantire che l'adattamento cinematografico vibrasse della stessa vitalità del materiale originale. Il gruppo includeva il direttore della fotografia due volte candidato all'Oscar Łukasz Żal (La zona d'interesse, Ida), la scenografa candidata all'Oscar Fiona Crombie (La Favorita), la costumista Malgosia Turzanska (Sir Gawain e Il Cavaliere Verde) e la truccatrice e hair stylist Nicole Stafford (Non parlare con gli sconosciuti – Speak No Evil).
Sebbene Żal abbia utilizzato la telecamera ALEXA 35 di ARRI, le sue prime conversazioni con la Zhao non sono state di natura tecnica, ma piuttosto tematica, esplorando i concetti più ampi che sono al centro del film. "Abbiamo parlato delle relazioni, affrontando tutti gli aspetti narrati nel film, per centrare il lavoro", afferma Żal. "Ci siamo chiesti: cos'è la mascolinità? Cos'è la femminilità? Cos'è questa danza tra quest'uomo e questa donna? Parlavamo di morte, amore, della loro famiglia, di questo ciclo della vita e di come avremmo voluto mostrare il tutto".
La chiave è stata determinare il punto di vista migliore da cui riprendere la storia. "Inizialmente volevamo girare questo film con un senso di libertà che riflettesse lo spirito di Agnes, per catturare il suo modo di vedere il mondo", dice Żal. "Ma poi ci siamo resi conto che non era giusto. Avremmo cambiato l'intesa tra questi due personaggi, Agnes e Will. Volevo quindi creare la sensazione di essere immersi nelle loro vite. Queste due persone si incontrano, trovano l'amore, ed è una fase intensa. Volevo far rivivere la profondità di quei sentimenti. Poi, ci allontaniamo e li osserviamo da lontano, e vediamo emergere le battaglie di quei due esseri umani".
L'approccio di Żal all'illuminazione è stato semplice e diretto, ma evocativo. Nelle scene tra gli alberi, traspare la bellezza del mondo della natura; al contrario, gli interni illuminati dalle candele sono ricchi di atmosfera ma privi di rumori o distrazioni. L'attenzione è sempre concentrata sugli attori, spesso ripresi in primo piano per catturare l'intensità delle emozioni che si manifestano sui loro volti. È stato un approccio che si è sviluppato nel tempo, man mano che Żal e la Zhao scoprivano e sviluppavano il linguaggio visivo della storia. "Essere onesti e osservare semplicemente le persone, guardare ciò che trasmettono con i loro occhi, offre tantissimo", dice Żal. "Questa è magia".
Così come Żal ha cercato di permeare di grande onestà ogni inquadratura di HAMNET. Nel nome del figlio, rimanere fedeli ai personaggi e all'ambientazione storica della trama sono stati i principi guida della costumista Turzanska e della truccatrice e acconciatrice Stafford. Gli abiti disegnati dalla Turzanska erano in linea con gli stati d'animo dei personaggi; la Buckley descrive l'abito rosso che Agnes indossa per tutto il film come "il colore di una ferita aperta... c'è un intero percorso di cuciture, buchi rammendati: piccole cose che forse nessuno noterebbe".
Spiega la Turzanska: "Pensando ad Agnes, ho immaginato un cuore pulsante, un muscolo pulsante pieno di vita e sangue. È organicamente connessa alla natura, quasi come una bacca, velenosa se non maneggiata con cura. Quando appare per la prima volta, indossa una gamma di colori rosso bacca, arancione e ruggine, sfacciatamente vibranti e pulsanti di vita. Questi colori virano gradualmente verso un viola più cenere e marroni prugna, come una ferita con la crosta che non è ancora pronta a guarire, per poi trasformarsi in un rosso intenso e maturo alla fine.
Agnes è sempre direttamente connessa alla terra, con texture fibrose simili a radici, che vibrano sotto la superficie", racconta la costumista. Per questo motivo, i tessuti che ha scelto erano in gran parte fibre vegetali, prevalentemente lino, che non solo erano popolari all'epoca, ma si adattavano anche perfettamente al personaggio. "In aggiunta, abbiamo usato la tela di corteccia, un tessuto organico e tridimensionale ricavato dalla vera corteccia d'albero", afferma la Turzanska. 
Sebbene gli strati dell'abito siano fedeli all'epoca, il modo in cui la Buckley lo indossa nei panni di Agnes è pensato per apparire moderno piuttosto che "costumizzato", osserva la Turzanska. "Quando la mettiamo a confronto con l'aspetto delle persone intorno, in particolare con la famiglia Shakespeare, che è molto 'abbottonata', sembra selvaggia e ribelle, quasi punk. Anche se il suo aspetto cambia durante il film, per me era importante mantenerla coerente, quasi come se indossasse un unico abito che gradualmente, organicamente, cambiasse su di lei, come un anello dell'umore".
Il lavoro della Stafford con la Buckley è cominciato molto prima dell'inizio delle riprese del film, con l'hair designer che è volata a New York per incontrare l'attrice, che stava concludendo un progetto precedente, per le prove della parrucca. "Quando abbiamo iniziato a provare i capelli lunghi e scuri, abbiamo visto la sua trasformazione in Agnes", racconta la Stafford. "In quella fase iniziale, abbiamo anche parlato di capelli, lentiggini, sporco e graffi, tutte cose fisiche, e Jessie era entusiasta che fossero una parte importante del suo personaggio".
Pensando alla texture dei capelli e alla carnagione di Agnes, la Stafford ha cercato di catturare la sua propensione ad essere fuori dal coro, e come questa avrebbe influenzato il suo look. "Volevamo mostrare il fatto che ama stare all'aria aperta, che non si copre il capo e non si conforma agli ideali culturali dell'epoca", continua la Stafford. "Quindi, è baciata dal sole e segnata dalle intemperie. Ha le unghie sporche. Abbiamo dovuto pensare al sapone, all'accesso all'acqua e a tutte queste cose che ora diamo per scontate, come la pulizia dei denti e l'igiene. Volevamo creare personaggi in modo che si potesse sempre sentire il loro odore guardandoli. Appaiono sudati, spettinati dal vento e stanchi".
La Stafford ha trattato Alwyn in modo molto simile, per renderlo convincente come contadino di campagna. "Volevamo ridurlo alle sue caratteristiche essenziali, e dargli un taglio di capelli un po' strano, come se si fosse tagliato la chioma con delle cesoie da pecora", dice la Stafford. "Volevamo che avesse mani callose e che sembrasse che non ci fossero specchi nella vita di Bartholomew, solo duro lavoro. Joe era entusiasta di sottoporsi al trucco per dare vita al personaggio, con tante piccole cicatrici, i tagli, la sporcizia e i capelli sudici".
Allo stesso modo, Mescal voleva che Will apparisse come se la sua vocazione lo stesse logorando fisicamente. "Gli piaceva apparire stanco, come se avesse scritto tutta la notte, e a fine giornata aveva le dita sporche di inchiostro", continua la Stafford. "Non volevamo fare la rappresentazione archetipica di Shakespeare che appare nei ritratti e in altri film che hanno un personaggio shakespeariano. Volevamo che sembrasse molto simile a uno Shakespeare che nessuno ha mai visto prima".
Per quanto riguarda i costumi, la Turzanska ha mantenuto tutti i membri della famiglia Shakespeare in una sobria palette di grigi, sebbene il guardaroba di Will è stato intriso in alcuni punti di un verde acqua per enfatizzare "il suo legame con l'acqua, con il fiume che nutre la terra di Agnes". I grigi dei suoi costumi ricordano l'inchiostro naturale ferrogallico, usato dallo stesso Shakespeare. Alla cintura porta un semplice astuccio di pelle contenente inchiostro e una penna d'oca".
"Per la famiglia Shakespeare", continua la Turzanska, "ho considerato cosa significa vivere costantemente in presenza di una persona violenta. Ho pensato a vecchie protezioni sportive e le ho mescolate con le silhouette d'epoca già esagerate. Ci sono trapuntature, imbottiture, qualsiasi cosa possa attutire o bloccare un potenziale colpo. E la sobria palette di colori è quasi un camuffamento: per rimanere invisibili, senza provocare alcuna reazione violenta".
Il compito della scenografa Crombie è stato quello di ricreare la dimora in cui Shakespeare è cresciuto e dove la sua famiglia risiede con Mary e John. Nel concettualizzare lo spazio, si è proposta di mettere a confronto le aree verdeggianti rappresentate nel film, girate in esterni nella foresta di Lydney nel Gloucestershire, in Inghilterra, con le dimensioni relativamente claustrofobiche della Henley House, la residenza che Agnes e Will chiamano casa.
"Con Chloé, si parlava di architettura come contenimento, del peso dei soffitti e di come questo influiva sui personaggi", racconta la Crombie. "Quando ho osservato l'architettura Tudor, sono rimasta colpita dalla disposizione grafica delle travi. Correvano verticalmente come barre con travi orizzontali incrociate. I soffitti erano bassi e pesanti. C'era qualcosa di restrittivo e opprimente in quell'architettura, che non avevo mai notato prima. Mi è sembrato che sarebbe stato difficile per Agnes vivere sotto quei vincoli, e sentirsi intrappolata. La casa era un luogo soffocante per Will. Era oppresso dagli obblighi. La struttura lineare di una casa Tudor contrastava con la foresta sconnessa e organica dove Agnes invece si sentiva a casa".
Il set della Henley House è stato costruito nei teatri di posa degli Elstree Studios di Borehamwood, in Inghilterra, ed è stato progettato per trasmettere in modo sottile l'eredità della violenza perpetrata da John Shakespeare. È una casa con cicatrici fisiche. Gli oggetti della casa – ciotole, piatti, mobili – mostrano lievi segni di rottura e riparazione. "La realtà è che la casa degli Shakespeare era già vecchia quando Will e Agnes ci abitavano, quindi dovevano esserci imperfezioni e storia", dice la Crombie. "Abbiamo inserito nel design i segni della violenza di John. Un montante rotto sulla scala, un vetro crepato, un'ammaccatura nell'intonaco".
La presenza di John si percepisce anche nel laboratorio di guanti progettato dalla Crombie. "Il laboratorio è stato costruito al lato della casa", spiega la scenografa. "Era una piccola stanza con un ripostiglio laterale, ed era più o meno il doppio delle dimensioni del vero laboratorio di Henley Street. Avevamo con noi un consulente storico per la produzione di guanti che allestiva il set con cura e ci indicava le tecniche corrette. Volevamo illustrare l'innata abilità artistica e la delicatezza di John, espresse solo attraverso la creazione di guanti".
In questo spazio la O'Farrell a volte trascorreva del tempo durante le sue visite sul set. "Un giorno, mentre stavamo allestendo i set, mi sono seduta a guardare le bobine di cotone e tutti i diversi strumenti per tendere e tagliare la pelle per poi cucirla insieme. Mentre scrivevo il romanzo, ero molto interessata alle polarità della fabbricazione di guanti: da un lato, è un'arte attenta e delicata, dall'altro, si tratta fondamentalmente di scuoiare le pelli e cucirle insieme. Questo è ciò che John rappresenta per me: un personaggio brutale ma anche delicato."
Forse ancora più impressionante della scenografia della Henley House è stata la stupefacente ricostruzione del Globe Theatre così come si presentava all'epoca di Shakespeare. Per la Crombie, l'obiettivo era quello di creare una versione ridotta della struttura all'aperto, che non distraesse dall'azione che vi si svolgeva, in cui Agnes e Bartholomew sono tra la folla riunita ad assistere alla prima rappresentazione dell'Amleto.
Costruito con una varietà di materiali, il set includeva legno di quercia riciclata proveniente dalla Normandia, in Francia, insieme a tavole di legno di olmo riciclato di provenienza locale. Le 50 panche costruite per il set erano in abete Douglas. Per sostenere il peso degli elementi in legno, alcune sezioni della struttura erano in acciaio e rivestite con travi di materiale espanso intagliate e dipinte per creare l'effetto legno. Il pavimento era ricoperto di foglie e pacciame e rifinito con noci di faggio per riprodurre i gusci di nocciola scoperti dagli archeologi quando hanno portato alla luce le fondamenta del Globe originale.
La Gillingham era presente alle riprese del Globe per lavorare con i 300 artisti di supporto che apparivano nella sequenza come spettatori, aiutandoli a trovare il giusto stato d'animo per le riprese, cosa che ha colpito l'attore Alwyn. "Kim ha lavorato con tutto il pubblico, coinvolgendolo emotivamente in ciò che appariva sul palco, portando le proprie esperienze e la propria vita", ha affermato. "Lo si percepiva davvero in quello spazio. C'era una certa pesantezza, ma era anche molto catartico. E Jessie, ovviamente, era in prima linea sul palco: giorno dopo giorno, ha dato tanto".
Per permettere ai presenti di elaborare le intense emozioni vissute insieme, la Zhao ha iniziato a mettere musica pop sul set, dando vita a un'indimenticabile festa improvvisata che ha rappresentato il coronamento delle riprese.
"Eravamo tutti insieme in questo vortice", continua la regista. Alla fine, abbiamo messo "We Found Love" di Rihanna e abbiamo ballato con tutto il cast e la troupe al Globe Theatre, e poi ancora qualche canzone, perché la gente non se ne voleva andare. Piangevamo e ci abbracciavamo tutti. Non c'era più confine tra verità e finzione, dietro o davanti alla telecamera, passato e presente. Per un breve momento, non c'è stata separazione, ed è per questo che Shakespeare ha scritto le sue opere: perché tutti potessero unirsi. Chi era separato, chi ha sofferto e chi ha vissuto nella paura e nell'ansia si è riunito per questo breve lasso di tempo e ha abbandonato l'illusione della separazione, per connettersi in questo modo. Penso che gli abbiamo reso onore".
Aggiunge la Buckley: "Quel che mi ha commosso di tutto questo, è la consapevolezza di quanto abbiamo bisogno degli altri. Ci sono stati momenti in cui sostenevo la donna accanto a me, e lei mi teneva la mano; o chi dal fondo diceva: 'Io non piango mai', poi scoppiava a piangere. La parte nascosta della nostra tenerezza stava finalmente venendo fuori. Ci sostenevamo a vicenda in questo tempio che il marito e il figlio del mio personaggio lasciavano emergere. Credo che molti dei presenti non avessero mai vissuto una cosa del genere. È questo lo scopo della narrazione".

Una volta terminate le riprese, il lavoro creativo della Zhao è proseguito in sala montaggio. Ha assemblato una bozza di HAMNET. Nel nome del figlio, montando insieme le riprese che aveva girato che, a suo dire, è fondamentale per il suo processo creativo, un'estensione, in realtà, della scrittura e della regia. "Il montaggio è il cuore pulsante di un film", afferma. "La sceneggiatura è il progetto, ma un progetto molto vago. La vita accade mentre giriamo, non solo la mia, ma la vita di tutti coloro che sono coinvolti. Quindi, con quell'energia, è davvero importante tornare indietro e guardare la scena non solo con gli occhi da montatore per determinare il ritmo - il battito del cuore – di quel momento, ma anche come sceneggiatore, per cercare di incorporare le cose che abbiamo trovato lungo il percorso, le emozioni che abbiamo provato quel giorno e che non avremmo mai potuto immaginare. Il primo passaggio è sempre molto importante perché cerco di catturare le emozioni che ho provato durante la direzione di ogni scena".
Ha poi ingaggiato il candidato all'Emmy, Affonso Gonçalves, noto per la sua lunga collaborazione con Todd Haynes in progetti come Carol e Mildred Pierce, per lavorare insieme a lei sul montaggio.
"Ho scelto Fonz perché ha curato il montaggio di alcuni dei miei film preferiti, oltre ad aver lavorato con alcuni dei registi che più stimo", dice la Zhao. "Ho notato che il ritmo del suo battito cardiaco, la sua temperatura sono molto simili ai miei, e penso che questo sia molto importante. Inoltre, ha una vasta esperienza lavorativa con registi che si cimentano in cose diverse, e con HAMNET. Nel nome del figlio, ho realmente combinato influenze che non avevo mai sperimentato nei miei film precedenti. Per armonizzare il tutto, ho pensato che Fonz fosse la persona giusta".
Dal canto suo, Gonçalves era altrettanto entusiasta di lavorare con la Zhao. "Sono un fan del lavoro di Chloé, fin dal suo primo film", afferma. "Ho avuto l'opportunità di incontrare Chloé al Sundance Lab, e ho notato quanto fosse appassionata e creativa con tutti coloro che la circondavano. Ho colto al volo l'occasione di lavorare con lei".
Gonçalves ha esaminato la prima versione del film della Zhao e, dopo vari confronti, ha apposto la sua impronta. Una volta completata, la Zhao ha apportato le sue osservazioni, e insieme hanno poi centrato le idee e i temi che volevano sottolineare attraverso il montaggio. Questa fattiva collaborazione tra i due è continuata fino al montaggio finale.
"Chloé è un'ottima montatrice", racconta Gonçalves. "Pensa e si concentra sulle riprese da portare in sala di montaggio. Sa esattamente cosa ricerca e, soprattutto, ha un occhio eccezionale per le interpretazioni. Ha un ottimo senso del ritmo e della forma delle scene, inoltre il modo in cui pensa all'uso della musica e del suono per valorizzare ogni scena, contribuisce ad ampliare il mondo dei personaggi".
"Il mondo di HAMNET. Nel nome del figlio è stato plasmato in sala montaggio, creando una realtà molto specifica e ricca all'interno del film: i suoni del mondo, il ritmo delle loro vite, l'uso della musica e dei silenzi, la scelta delle angolazioni di ripresa", aggiunge Gonçalves. "Ogni singolo strumento in sala di montaggio è stato utilizzato per raccontare al meglio questa storia".
Questa storia è ricca, coinvolgente e commovente: cattura le emozioni del pubblico e lo immerge sia nella tragedia che nell'esaltazione vissuta dai personaggi.
"La parola Shakespeare a volte fa paura, ma la cosa straordinaria di questa esperienza è stata scorgere la sua umanità dietro il suo personaggio, le storie che ha creato e il mondo da cui proviene", afferma la Buckley. "A prescindere dalle sensazioni che le persone proveranno nel vedere il film, spero che ne rimangano in qualche modo colpite, come è successo a me".

La Colonna Sonora

Per creare l'inquietante colonna sonora di HAMNET. Nel nome del figlio, Chloé Zhao ha collaborato con Max Richter, il compositore britannico candidato agli Emmy, noto per progetti televisivi di grande successo come The Leftovers – Svaniti nel nulla e L'amica geniale della HBO, e per lungometraggi tra cui Maria regina di Scozia del 2018 e Ad Astra del 2019. "Conoscevo il libro, ovviamente, e poi ho parlato con Chloé della sua visione del progetto, e ne sono rimasto davvero incuriosito", afferma Richter. " Amleto è una delle storie più grandi, e questa nuova dimensione del materiale attraverso le biografie, attraverso i meccanismi interni della relazione tra Agnes e Will mi ha davvero affascinato. Il periodo elisabettiano è anche un periodo meraviglioso per la musica, quindi per me è stata una scelta piuttosto ovvia, onestamente".
Ispirandosi alla sceneggiatura, Richter inizialmente ha scritto quella che descrive come una serie di "studi di colore" ispirati alla musica elisabettiana: riteneva che utilizzare le caratteristiche dell'epoca in cui è ambientato il film avrebbe contribuito al meglio a evocare il periodo. Una volta inviate le sue composizioni alla Zhao, ne è rimasta talmente colpita che le ha riprodotte sul set per contribuire a creare una certa atmosfera per il cast. "Chloé le ha usate per stimolare i giusti stati d'animo", dice Richter. "Penso che sia utile per gli attori avere una piccola chiave di lettura del materiale, della sua trama emotiva. Certamente quando ero lì, cioè verso la fine delle riprese, ripetevano gran parte del materiale praticamente ininterrottamente. È diventato una sorta di liquido amniotico che circondava il tutto".
Quelle tracce, tutte costruite attorno a un "DNA rinascimentale", alla fine sono diventate la spina dorsale della colonna sonora del film. Richter ha posto l'accento su arpa e pianoforte, sottolineando che i due strumenti "hanno un rapporto dialogico attraverso la partitura. Condividono alcuni elementi: vedo l'arpa come una versione più trasparente del pianoforte. C'è una magia terrestre, folcloristica e stregonesca nel film in generale, e credo che l'arpa, in particolare con questo materiale molto semplice che risuona, si colleghi piuttosto bene al tutto".
La Buckley stessa, come una delle artiste candidate al Mercury Prize, afferma che le composizioni di Richter l'hanno spesso aiutata a trovare il giusto guizzo emotivo per una determinata scena. "Sono stati tanti i momenti in cui la musica di Max mi ha trasportata in luoghi che non conoscevo", afferma. "La musica, in qualsiasi modo, ti aiuta ad accedere a sentimenti che non riesci ad esprimere a parole. A volte ci sono emozioni - come nel caso del dolore o dell'amore - che non riesci a descrivere, ma la musica ti aiuta ad arrivarci in modo silenzioso e privato".
Come ha scritto Richter, per lui è diventato importante iniettare un certo grado di astrazione nella partitura, il che ha portato il compositore a intraprendere un percorso creativo alquanto non convenzionale, in linea con l'approccio unico della Zhao al dramma d'epoca. "Per quanto riguarda gli strumenti, è una colonna sonora orchestrale, ma gran parte di essa è costituita da materiale vocale, e utilizzato in una sorta di modo coloristico, per evocare sensazioni", spiega Richter. "Il film è molto sensoriale e volevo concentrarmi sull'aspetto esperienziale. Avevamo una serie di strumenti rinascimentali, ma non li abbiamo suonati in modo tradizionale. Ci siamo concentrati sui rumori di contatto, quelle piccole esperienze quasi di 'Risposta Autonoma del Meridiano Sensoriale' (ASMR) del modo in cui un essere umano interagisce con uno strumento: graffi, scricchiolii e tutte cose che sembrano vive".
Per registrare il nuovo materiale vocale, Richter ha arruolato la specialista di musica antica Grace Davidson, un soprano inglese che esegue musica storicamente informata del periodo rinascimentale e barocco. Su richiesta della Buckley e della Zhao, una delle composizioni esistenti di Richter, "On the Nature of Daylight", originariamente scritta per il suo secondo album, 'The Blue Notebooks' del 2004, è stata inclusa nella colonna sonora.
Sebbene il brano sia già apparso in altri lungometraggi, la Zhao ha convinto Richter a integrarlo nella trama della colonna sonora di HAMNET. Nel nome del figlio, poiché evocava qualcosa di essenziale ed elementare all'interno del dramma. "Il film è straordinario, ma credo che l'eccezionalità sia nella dimensione emotiva che raggiunge", afferma Richter. "L'emotività del film è una delle sue qualità più straordinarie".
La Buckley afferma di sentirsi particolarmente connessa a "On the Nature of Daylight" e che il brano è stato fondamentale per la sua preparazione alle scene clou di HAMNET. Nel nome del figlio: è stata l'attrice a sottoporlo all'attenzione della Zhao. "All'improvviso, ascoltando questo brano, mi è apparso chiaro – dal punto di vista emotivo – il finale del film", afferma l'attrice. "Era un brano musicale che abbiamo ascoltato durante le riprese della parte conclusiva, ed è stato proprio questo che mi ha aperto le porte, alla fine del film, su come avrei potuto abbandonarmi completamente ad esso".

Dichiarazione di Chloé Zhao

HAMNET. Nel nome del figlio parla di amore e morte, e di come queste due esperienze umane fondamentali possano trasformarsi e alchimizzarsi a vicenda attraverso l'arte e la narrazione.
È una storia sulla metamorfosi.
Spesso mi capita di non aver parole per descrivere il motivo per cui scelgo un progetto. Mi lascio guidare dall'istinto, da una forte attrazione che mi viene dal cuore. Le storie si presentano nella mia vita come se mi avessero scelta, e io non potessi fare altro che arrendermi a loro. HAMNET è entrato nella mia vita come un sussurro che si è trasformato in un uragano. Alla fine del percorso, ero intenerita. Ho davvero capito cosa si prova a mantenere la propria capacità di amare, sentire e connettersi profondamente, nonostante la tempesta interiore o esterna che si sta attraversando: cogliere la bellezza, il dolore, il brivido, sull'orlo dell'annientamento e il silenzio.
Dall'oscurità del terreno primaverile della vecchia foresta, alla porta buia sul palco del Globe Theatre inzuppato di pioggia, sono scesa con un gruppo di anime coraggiose, e insieme ci siamo aggrappate l'una all'altra, lasciandoci trasportare dalle correnti sotterranee del nostro inconscio. Nel caos abbiamo chiesto ad Agnes e William di guidarci. Abbiamo chiesto a tutte le donne del passato e del presente che hanno patito un grande dolore e una grande perdita, e agli uomini che hanno represso i propri sentimenti e sono fuggiti da sé stessi, di guidarci. Abbiamo chiesto alla foresta, al fiume e alla terra, di guidarci, e abbiamo chiesto ai nostri cuori selvaggi che anelano disperatamente alla libertà e alla pace, di guidarci. Alla fine, mentre danzavamo dentro e fuori dal palco del Globe, i veli tra realtà e finzione, passato e presente, visibile e invisibile, amore e morte si sono dissolti. Non c'era separazione. In quei momenti preziosi eravamo una cosa sola. Ho sentito nel mio corpo e nelle mie ossa, che l'amore non muore: si trasforma.
Ho avuto paura della morte per tutta la vita e, di conseguenza, ho avuto paura anche dell'amore. Non sapevo come tenere il cuore aperto di fronte alla transitorietà della vita. Ho girato quattro film su personaggi che vivono una grande perdita e ritrovano sé stessi attraverso l'accettazione. HAMNET. Nel nome del figlio è il risultato di quel viaggio. Con il contenitore sacro dell'Amleto di Shakespeare, sono scesa più in profondità negli inferi per recuperare ciò che era andato perduto, e questo mi rendeva così timorosa dell'esperienza sia dell'amore che della morte. Maggie aveva aperto un portale con il suo libro, un ponte che ci permetteva di connetterci con Will in modi che non avevamo mai sperimentato prima.

"Tutto ciò che vive deve morire, passando dalla natura all'eternità".
"Essere o non essere, questo è il dilemma".
"Il resto è silenzio".

Will aveva scritto una storia sull'amore e la morte, e mi sento onorata e fortunata di aver potuto interpretare i suoi messaggi per il pubblico di oggi. Sapevamo, sentivamo, che lui era con noi.

Nella nostra storia, Agnes e William si sono innamorati e hanno creato una splendida famiglia, finché non si sono trovati di fronte a un bivio dopo la morte del figlio. Non potevano tornare al passato e non potevano andare avanti. Erano congelati in un luogo liminale, spinti in direzioni opposte, senza riuscire a muoversi di un millimetro.
È con tale tensione che si è sviluppata l'ALCHIMIA. In fisica, quando due forze tirano o spingono in direzioni opposte, si crea una tensione. Quando questa tensione è troppo forte, si verifica uno spostamento e un nuovo stato di equilibrio: nel momento esatto in cui Will si trova tra terra e mare, vita e morte, nasce una delle più grandi opere letterarie.
Il nostro mondo è di fronte a una soglia. Tutti sentiamo l'immensa tensione e pressione. Percepiamo l'avvicinarsi di un nuovo stato di equilibrio. Molti di noi sono paralizzati in un luogo liminale, spaventati dal muoversi. Vedo le paure che mi tormentano negli occhi degli altri. La paura di ciò che accadrà. La paura di non avere il controllo sulle nostre vite. La paura di non essere più al sicuro in questo mondo. La paura di non conoscere più l'amore incondizionato. E, infine, la paura della morte, una morte senza senso.
La ragione più profonda per cui ho realizzato questo film è quella di disilludere questa paura, mostrando il potere della metamorfosi che abbiamo dentro di noi come esseri umani, e la nostra capacità di alchimizzare le nostre esperienze, non importa quanto dolorose siano.
Siamo tutti nati in questo mondo sentendo la tensione del vuoto. Dobbiamo scegliere di mantenere i nostri cuori aperti e camminare attraverso le fiamme.
L'amore non muore, si trasforma. È la più grande metamorfosi dell'universo, e spero che il nostro film serva come umile promemoria di questo concetto.


dal pressbook del film

Eventi


Tra gli eventi seguiti sul nostro portale, Hamnet - Nel nome del Figlio ha ricevuto 2 premi su 13 candidature

Festa del Cinema di Roma 2025

Sezioni/Presentato in:
• Grand Public

Golden Globe Awards 2026

Candidature:
✔ VINCITORE | Miglior film drammatico
✔ VINCITORE | Migliore interpretazione femminile in un film drammatico | Jessie Buckley
• Migliore attore non protagonista in un film | Paul Mescal
• Miglior regista | Chloé Zhao
• Migliore Sceneggiatura | Chloé Zhao, Maggie O'Farrell

Oscar 2026

Candidature:
• Miglior film | Prodotto da Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Steven Spielberg e Sam Mendes
• Miglior regia | Chloé Zhao
• Miglior attrice | Jessie Buckley
• Miglior sceneggiatura non originale | Chloé Zhao, Maggie O'Farrell
• Miglior scenografia | Fiona Crombie | Arredamento: Alice Felton
• Migliori costumi | Malgosia Turzanska
• Miglior colonna sonora originale | Max Richter
• Miglior Casting | Nina Gold
Hamnet - Nel nome del Figlio - Poster
Jessie Buckley come Agnes in Hamnet di Chloé Zhao
Jessie Buckley come Agnes e Paul Mescal come William Shakespeare in Hamnet di Chloé Zhao
Jacobi Jupe come Hamnet, Bodhi Rae Breathnach come Susanna e Olivia Lynes come Judith in Hamnet di Chloé Zhao
Paul Mescal come William Shakespeare in Hamnet di Chloé Zhao
Jessie Buckley come Agnes e Joe Alwyn come Bartholomew in Hamnet di Chloé Zhao
Jessie Buckley come Agnes in Hamnet di Chloé Zhao
Paul Mescal come William Shakespeare in Hamnet di Chloé Zhao